Gesù demolì una delle convinzioni più radicate del suo tempo. E continua a farlo ancora oggi.

Marco 7:1-23
[1] Allora si riunirono intorno a lui i farisei e alcuni scribi venuti da Gerusalemme. [2] E, avendo visto che alcuni dei suoi discepoli mangiavano il cibo con le mani impure, cioè non lavate, li accusarono. [3] Infatti i farisei e tutti i Giudei non mangiano se non si sono prima lavate le mani con gran cura, attenendosi alla tradizione degli anziani; [4] e, quando tornano dalla piazza, non mangiano senza prima essersi purificati. Ci sono molte altre cose, che sono tenuti ad osservare per tradizione: lavatura di coppe, di brocche, di vasi di rame e di letti. [5] Poi i farisei e gli scribi gli domandarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli anziani, ma prendono il cibo senza lavarsi le mani?». [6] Ma egli, rispondendo, disse loro: «Ben profetizzò Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il loro cuore è lontano da me. [7] Ma invano mi rendono un culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini” [8] Trascurando infatti il comandamento di Dio, vi attenete alla tradizione degli uomini: lavatura di brocche e di coppe; e fate molte altre cose simili». [9] Disse loro ancora: «Voi siete abili nell’annullare il comandamento di Dio, per osservare la vostra tradizione. [10] Mosé infatti ha detto: “onora tuo padre e tua madre” e: “chi maledice il padre o la madre sia messo a morte”. [11] Ma voi dite: “Se un uomo dice a suo padre o a sua madre: Tutto quello con cui potrei assisterti è Corban cioè un’offerta a Dio”, [12] non gli lasciate piú far nulla per suo padre o per sua madre, [13] annullando cosí la parola di Dio con la vostra tradizione, che voi avete tramandata. E fate molte altre cose simili». [14] Poi, chiamata a sé tutta la folla, disse loro: «Ascoltatemi tutti ed intendete: [15] Non c’è nulla di esterno all’uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono da lui che lo contaminano. [16] Chi ha orecchi da udire, oda!». [17] Quando poi egli fu rientrato in casa, lontano dalla folla, i suoi discepoli lo interrogarono sul significato della parabola. [18] Ed egli disse loro: «Siete anche voi cosí privi d’intelligenza? Non capite voi che tutto ciò che dal di fuori entra nell’uomo non può contaminarlo, [19] perché non entra nel suo cuore, ma nel ventre, e poi se ne va nella fogna?». Cosí dicendo, dichiarava puri tutti gli alimenti. [20] Disse ancora: «Ciò che esce dall’uomo, quello lo contamina. [21] Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, procedono pensieri malvagi, adultéri, fornicazioni, omicidi, [22] furti, cupidigie, malizie, frodi, insolenza, invidia, bestemmia, orgoglio, stoltezza. [23] Tutte queste cose malvagie escono dal di dentro dell’uomo e lo contaminano».
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Riflessione
Li vedevano mangiare senza aver osservato i lavaggi rituali tramandati dagli anziani e, ai loro occhi, quella era una trasgressione importante.
Non stavano parlando semplicemente di igiene personale, ma di una serie di tradizioni religiose che, nel corso del tempo, si erano sviluppate accanto alla Legge di Mosè e che molti ormai consideravano quasi sullo stesso livello della Parola di Dio.
Nel corso del tempo, accanto ai comandamenti dati da Dio, si erano accumulate numerose tradizioni umane che erano diventate sempre più importanti nella vita religiosa del popolo.
I farisei erano estremamente scrupolosi nell’osservare queste pratiche e ritenevano che proprio attraverso di esse si potesse mantenere una condizione di purezza davanti a Dio.
Tuttavia Gesù vedeva qualcosa che gli uomini non vedevano: dietro quella rigorosa attenzione ai dettagli religiosi si nascondeva spesso un problema molto più profondo.
Essi erano preoccupati di apparire giusti davanti agli uomini, ma trascuravano ciò che stava accadendo nel loro cuore.
Non a caso il Signore li definisce più volte ipocriti, perché mentre all’esterno mostravano una grande devozione, all’interno erano presenti orgoglio, durezza, giudizio e una distanza da Dio che le pratiche religiose non potevano nascondere.
Ma il problema non era soltanto la presenza di queste tradizioni.
Gesù mette in luce qualcosa di ancora più grave. Rivolgendosi ai farisei, dichiara infatti che essi erano molto abili nell’annullare il comandamento di Dio per osservare la propria tradizione.
Il Signore mostra così che il vero pericolo non consiste semplicemente nell’avere delle usanze religiose, ma nel permettere a quelle usanze di prendere il posto della Parola di Dio.
I farisei erano arrivati al punto di difendere con grande zelo regole costruite dagli uomini, mentre trascuravano ciò che Dio aveva realmente comandato.
Gesù porta persino l’esempio del Corban, mostrando come alcune delle loro interpretazioni permettessero di aggirare il comandamento di onorare il padre e la madre.
Dietro un’apparente spiritualità si nascondeva quindi un problema molto più profondo: si stava diventando fedeli alle proprie tradizioni più che alla volontà di Dio.
Anche oggi questo pericolo non è scomparso.
Forse non abbiamo gli stessi lavaggi rituali dei farisei, ma possiamo sviluppare modi di pensare, consuetudini religiose, tradizioni di denominazione o convinzioni tramandate negli anni che finiscono per avere più peso della Scrittura stessa.
A volte non si tratta nemmeno di tradizioni dichiarate; possono essere semplicemente modi di fare, ragionamenti che abbiamo sempre sentito ripetere o pratiche che abbiamo sempre visto applicare senza averle mai realmente confrontate con la Parola di Dio.
Il rischio è quello di costruire una spiritualità molto curata all’esterno e molto trascurata all’interno.
Si può apparire consacrati, rigorosi e spirituali davanti agli uomini e, nello stesso tempo, coltivare giudizi, maldicenze, orgoglio, rivalità e durezza di cuore.
Si può parlare continuamente di santità e poi distruggere un fratello con le proprie parole; si può difendere una posizione dottrinale corretta e, allo stesso tempo, mancare completamente di amore, misericordia e timore di Dio.
Una persona che teme veramente il Signore non misura la propria spiritualità soltanto da ciò che mostra agli altri, ma anche dal modo in cui tratta il prossimo quando nessuno la vede.
Ed è proprio qui che Gesù sta portando l’attenzione dei suoi ascoltatori: non all’apparenza della religione, ma alla realtà del cuore.
Gesù prende quindi quella contestazione e la trasforma in un insegnamento che va al centro del problema, dichiarando:
«Non quello che entra nella bocca contamina l’uomo, ma quello che esce dalla bocca».
Queste parole colpirono profondamente chi lo ascoltava perché mettevano in discussione un modo di ragionare radicato da generazioni.
Per molti la contaminazione proveniva dall’esterno; Gesù invece rivela che il vero problema si trova all’interno dell’uomo.
Quando successivamente spiega il significato delle sue parole ai discepoli, dice che il cibo entra nel corpo e segue il suo corso naturale, mentre ciò che esce dalla bocca proviene dal cuore.
Ed è proprio qui che il Signore porta tutta l’attenzione, perché dal cuore procedono i cattivi pensieri, gli adulteri, le fornicazioni, gli omicidi, i furti, le false testimonianze e le bestemmie.
In altre parole, Gesù sta insegnando che la contaminazione spirituale non nasce prima di tutto da ciò che tocca l’uomo dall’esterno, ma da ciò che vive dentro di lui.
Questo era il punto che i farisei non riuscivano a vedere: erano molto attenti alle contaminazioni esterne, ma non si accorgevano della contaminazione che poteva annidarsi nel cuore; curavano minuziosamente l’apparenza religiosa, ma trascuravano la sorgente dalla quale nascono i pensieri, le parole e le azioni.
Marco aggiunge un dettaglio molto importante e dice che, pronunciando queste parole, Gesù dichiarava puri tutti i cibi.
Questo non era il tema principale del suo insegnamento, perché il focus rimaneva il cuore dell’uomo, ma era comunque una dichiarazione significativa che avrebbe trovato ulteriore comprensione negli anni successivi.
Oggi noi non viviamo più nel contesto delle prescrizioni alimentari e delle purificazioni rituali che caratterizzavano il giudaismo del primo secolo.
Tuttavia esistono ancora situazioni nelle quali i credenti possono avere sensibilità diverse.
In quel tempo esisteva una questione che generava molte discussioni nelle chiese: quella delle carni sacrificate agli idoli.
Alcuni credenti provenivano da un passato pagano e, quando vedevano quei cibi che erano stati offerti nei rituali idolatrici, la loro coscienza ne rimaneva turbata; altri invece comprendevano che quel cibo, in sé stesso, non aveva alcun potere di contaminarli davanti a Dio e lo mangiavano senza alcun problema.
Paolo affronta questa situazione insegnando un principio che rimane valido ancora oggi.
Ci possono essere credenti che, per la loro coscienza, ritengono opportuno astenersi da determinate cose, mentre altri non vedono alcun problema nel farle.
Pensiamo ad alcune festività, ad alcune usanze o a determinate pratiche che per qualcuno rappresentano un problema di coscienza e per altri no.
L’apostolo non porta l’attenzione soltanto sulla pratica in sé, ma sul modo in cui i credenti devono comportarsi gli uni verso gli altri.
Per questo Paolo parla del fratello più forte e del fratello più debole.
Il fratello più forte non è colui che prende alla leggera il peccato o che vive senza limiti, ma colui che comprende la libertà che ha ricevuto in Cristo.
Sa che determinate cose, quando la Scrittura non le condanna e quando non sono peccato, non hanno il potere di contaminarlo davanti a Dio né di influire sulla sua salvezza.
La sua fiducia non è nelle osservanze esteriori, ma nell’opera compiuta da Cristo.
Il fratello più debole, invece, è colui che su quella determinata questione si sente ancora vincolato nella coscienza e tende ad attribuire molta importanza a pratiche, abitudini o comportamenti che per altri credenti non hanno lo stesso peso.
Non necessariamente lo fa con cattive intenzioni; spesso lo fa perché è ancora in un percorso di crescita e non ha pienamente compreso la libertà che esiste in Cristo in quella particolare area.
Per questo Paolo insegna che il fratello forte non deve disprezzare quello debole e che il fratello debole non deve giudicare quello forte.
Il rischio infatti è sempre duplice: da una parte c’è chi usa la propria libertà con superficialità, dall’altra c’è chi trasforma le proprie convinzioni personali in una regola per tutti gli altri.
Nessuna delle due cose riflette il cuore del Vangelo.
La vera maturità spirituale non consiste nel dimostrare di avere più libertà degli altri, ma nel saper camminare nell’amore.
Se una mia libertà può diventare motivo di inciampo per un fratello per il quale Cristo è morto, allora sono disposto a rinunciare a qualcosa che potrei fare liberamente, non perché quella cosa sia peccato, ma perché amo mio fratello più della mia libertà.
In fondo, anche qui ritorna l’insegnamento di Gesù.
Il problema non è il cibo, il giorno o la pratica in sé; il problema è sempre il cuore. Si può mangiare o non mangiare, osservare o non osservare una determinata usanza, ma se nel cuore trovano spazio l’orgoglio, il giudizio e il disprezzo verso il fratello, allora si sta già perdendo di vista ciò che il Signore voleva insegnare.
Tuttavia anche questa parentesi ci riporta al punto centrale dell’insegnamento di Gesù.
La vera contaminazione non proviene dal cibo. Né il Signore Gesù né Paolo stanno insegnando che un determinato alimento possa rendere impuro un credente davanti a Dio;
il problema più profondo rimane sempre il cuore dell’uomo, perché è dal cuore che nascono i pensieri, le parole e gli atteggiamenti che possono allontanarci dalla volontà di Dio.
Se ci pensiamo bene, il cuore è sempre stato il centro dell’attenzione di Dio.
Le parole che pronunciamo, gli atteggiamenti che manifestiamo e perfino il modo in cui trattiamo gli altri rivelano spesso ciò che sta accadendo dentro di noi.
Una maldicenza non nasce all’improvviso, un giudizio cattivo non compare dal nulla e nemmeno l’invidia, l’orgoglio, il rancore o l’amarezza si sviluppano in un momento; tutte queste cose iniziano a crescere nel cuore prima ancora di manifestarsi all’esterno.
Anche oggi possiamo cadere nello stesso errore dei farisei. Forse non discutiamo più di lavaggi rituali o di tradizioni degli anziani, ma possiamo comunque costruire una spiritualità concentrata principalmente sull’esterno.
Possiamo preoccuparci di come appariamo davanti agli altri, di come veniamo percepiti, delle tradizioni che osserviamo e delle cose che facciamo, mentre dentro di noi trovano spazio sentimenti che nulla hanno a che vedere con il carattere di Cristo.
È possibile essere molto attenti alla propria immagine spirituale e, nello stesso tempo, custodire nel cuore sentimenti che nulla hanno a che vedere con Cristo;
si può parlare della grazia di Dio e poi cadere nella maldicenza, si può conoscere la sana dottrina e lasciare spazio all’orgoglio, si può perfino apparire maturi nella fede mentre dentro crescono giudizi, gelosie e risentimenti.
Ed è proprio qui che le parole di Gesù diventano estremamente attuali, perché riportano continuamente l’attenzione dal comportamento visibile alla condizione reale del cuore.
Non a caso, in altre occasioni, Gesù definì i farisei dei sepolcri imbiancati.
All’esterno apparivano belli, ordinati e religiosi, ma dentro erano pieni di ossa di morti e di ogni impurità. Era una denuncia contro una religiosità che curava l’apparenza senza permettere a Dio di trasformare il cuore.
Questa parola non ci è stata lasciata per condannarci, ma per esaminarci.
Il Signore non vuole semplicemente che correggiamo alcuni comportamenti esteriori; desidera raggiungere la radice del problema e operare una trasformazione profonda.
Ed è qui che troviamo la speranza del Vangelo. Gesù non si limita a mostrarci la contaminazione del cuore umano, ma offre anche la purificazione.
Quando riconosciamo sinceramente ciò che c’è dentro di noi e lo portiamo davanti a Lui, troviamo grazia, misericordia e perdono.
Forse abbiamo dedicato molto tempo a curare l’apparenza e poco tempo a permettere a Dio di lavorare nel profondo; forse abbiamo prestato più attenzione a ciò che gli altri vedono che a ciò che Dio vede; forse abbiamo cercato di apparire spirituali senza accorgerci che il Signore stava chiedendo qualcosa di più profondo.
Ma Cristo continua ancora oggi a chiamarci a un ravvedimento sincero, non per allontanarci da Lui, ma per avvicinarci alla sua grazia.
Il sangue di Gesù Cristo continua ad avere la stessa efficacia di sempre.
Esso ci purifica da ogni peccato, ci lava da ogni impurità e può raggiungere anche quelle zone del cuore che nessuno vede.
Non esiste contaminazione che la grazia di Dio non possa cancellare, non esiste cuore che Cristo non possa rinnovare e non esiste peccato che il suo sangue non possa lavare.
Per questo il messaggio finale di questo passo non è la condanna ma la speranza.
Il Signore ci invita a lasciare che la sua luce illumini il nostro cuore, perché quando Cristo purifica la sorgente, anche tutto ciò che ne scaturisce comincia a cambiare.
Cambiano le parole, cambiano gli atteggiamenti, cambiano le reazioni e cambia il modo di guardare gli altri; quando il cuore viene toccato dalla grazia di Dio, la trasformazione non rimane nascosta, ma diventa visibile in tutta la vita del credente.
Spero che questa meditazione possa portarvi edificazione e benedizione. Che Dio vi benedica. 🙏
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