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Una passeggiata attraverso la bibbia| Luca 2:1-40

Una passeggiata attraverso la bibbia| Luca 2:1-40

Luca 2:1-7

1 Ora, in quei giorni fu emanato un decreto da parte di Cesare Augusto che si compisse il censimento di tutto l’impero.
2 Questo censimento fu il primo ad essere fatto quando Quirinio era governatore della Siria.
3 E tutti andavano a farsi registrare, ciascuno nella sua città.
4 Or anche Giuseppe uscì dalla città di Nazaret della Galilea, per recarsi in Giudea, nella città di Davide, chiamata Betlemme, perché egli era della casa e della famiglia di Davide,
5 per farsi registrare con Maria, sua moglie, che aveva sposato e che era incinta.
6 Così, mentre erano là, giunse per lei il tempo del parto.
7 Ed ella diede alla luce il suo figlio primogenito, lo fasciò e lo pose a giacere in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo.

Luca colloca la nascita di Gesù all’interno di avvenimenti storici ben precisi.
Cesare Augusto emanò un decreto affinché fosse compiuto un censimento, cioè una registrazione della popolazione dell’impero, e ciascuno doveva recarsi nella propria città per essere registrato.
Per questo motivo Giuseppe lasciò Nazaret e si mise in viaggio verso Betlemme, la città di Davide, perché apparteneva alla casa e alla discendenza di Davide. Maria, ormai vicina al parto, andò con lui.

Dietro un decreto emanato dall’imperatore, Dio stava portando avanti il proprio disegno.
Cesare pensava di governare l’impero attraverso i suoi ordini, ma, senza rendersene conto, contribuì a far sì che Giuseppe e Maria arrivassero a Betlemme, il luogo nel quale, secondo la profezia, sarebbe nato il Cristo. Gli uomini prendono decisioni per i propri scopi, ma Dio rimane sovrano e può servirsi anche degli avvenimenti politici e delle circostanze più comuni per compiere ciò che ha stabilito.

Mentre Giuseppe e Maria si trovavano a Betlemme, giunse per lei il tempo di partorire.
Proprio nel momento in cui avrebbe avuto maggiormente bisogno di tranquillità, di assistenza e di un luogo adeguato, non si trovò posto per loro.
La Scrittura non ci fornisce tutti i particolari riguardo al luogo nel quale cercarono ospitalità, ma il punto principale rimane chiaro:
Gesù nacque in una condizione di grande semplicità e fu deposto in una mangiatoia.

È inevitabile fermarsi davanti a questa scena e considerare l’umiltà con la quale il Figlio di Dio ha scelto di venire nel mondo.
Colui per mezzo del quale tutte le cose sono state create non nacque circondato dagli onori riservati ai re, non pretese privilegi e non scelse per sé le comodità che avrebbe potuto rivendicare.
Entrò nella nostra condizione umana senza cercare ciò che agli occhi degli uomini appare grande.
Isaia lo aveva descritto come uno che non avrebbe avuto bellezza né splendore da attirare gli sguardi e come «un uomo di dolore, familiare col patire».

Ora, per me è una grande consolazione sapere che, quando mi trovo in una situazione di disagio, di mancanza o di sofferenza, non mi rivolgo a qualcuno che osserva il dolore umano soltanto da lontano.
Gesù conosce realmente la debolezza della nostra condizione, perché ha scelto di parteciparvi.
Non significa che abbia vissuto ogni nostra identica situazione, ma che ha conosciuto la fatica, il bisogno, il rifiuto, la tentazione e il dolore, rimanendo però senza peccato.

Per questo la lettera agli Ebrei afferma che non abbiamo un sommo sacerdote incapace di compatire le nostre debolezze, ma uno che è stato tentato in ogni cosa come noi, senza commettere peccato.
Gesù non si limita a sapere che cosa sia la sofferenza:
Egli può soccorrere coloro che sono tentati, proprio perché ha sofferto essendo stato tentato.
Quando ci avviciniamo a Lui nelle nostre difficoltà, non troviamo freddezza o indifferenza, ma misericordia e grazia.

Se pensiamo a chi è realmente quel bambino posto nella mangiatoia, tutto questo diventa ancora più meraviglioso.
La Scrittura dice che Gesù è l’immagine dell’invisibile Dio e l’impronta della sua essenza.
Gesù stesso disse: «Chi ha visto me, ha visto il Padre».
Guardando il modo in cui Cristo è venuto tra noi, possiamo dunque comprendere qualcosa del carattere di Dio.
In Lui vediamo che la grandezza di Dio non è separata dall’umiltà e che la sua gloria non gli impedisce di avvicinarsi a coloro che soffrono.

Quanti pensano che, siccome Dio è nei cieli, non si curi delle difficoltà degli uomini?
Eppure la nascita di Cristo ci mostra esattamente il contrario.
Dio è l’Alto e l’Eccelso, colui che abita l’eternità e siede sul suo trono, ma ha anche dichiarato di dimorare con chi è contrito e umile di spirito, per ravvivare lo spirito degli umili e il cuore di quelli che sono affranti.
La sua altezza non lo rende distante e la sua sovranità non lo rende insensibile.
Egli si avvicina a chi riconosce il proprio bisogno e non disprezza un cuore spezzato davanti a Lui.

Di Cristo viene anche detto che ci ha lasciato un esempio, affinché seguissimo le sue orme.
Questo non significa che dobbiamo ricercare la sofferenza come se avesse valore in se stessa, ma che siamo chiamati a percorrere la stessa via di umiltà, ubbidienza e fiducia nel Padre che vediamo nella sua vita.
Non troveremo mai in Gesù la ricerca dei privilegi, l’amore per l’apparenza o il desiderio di essere servito.
Egli venne per servire e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti.

Già nella mangiatoia possiamo vedere la direzione che avrebbe caratterizzato tutta la sua vita terrena:
il Figlio di Dio non venne per essere accolto dagli uomini con tutti gli onori, ma per compiere la volontà del Padre e salvarci. Colui al quale non fu trovato posto venne proprio per aprire a noi la via verso Dio.

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Luca 2:8-20

8 Ora, in quella stessa regione c’erano dei pastori che dimoravano all’aperto nei campi e, di notte, facevano la guardia al loro gregge.
9 Ed ecco, un angelo del Signore si presentò loro e la gloria del Signore risplendette intorno a loro, ed essi furono presi da grande paura.
10 Ma l’angelo disse loro: «Non temete, perché vi annunzio una grande gioia che tutto il popolo avrà;
11 poiché oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo, il Signore.
12 E questo vi servirà di segno: voi troverete un bambino fasciato, coricato in una mangiatoia».
13 E a un tratto si unì all’angelo una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio, dicendo:
14 «Gloria a Dio nei luoghi altissimi, e pace in terra agli uomini sui quali si posa il suo favore».
15 E avvenne che, quando gli angeli si allontanarono da loro per ritornare in cielo, i pastori dissero tra loro: «Andiamo fino a Betlemme, per vedere ciò che è avvenuto e che il Signore ci ha fatto conoscere».
16 Andarono quindi in fretta e trovarono Maria, Giuseppe e il bambino, che giaceva in una mangiatoia.
17 Dopo averlo visto, divulgarono quanto era stato loro detto a proposito di quel bambino.
18 E tutti coloro che li udirono si meravigliarono delle cose raccontate loro dai pastori.
19 Maria custodiva tutte queste parole, meditandole in cuor suo.
20 E i pastori se ne ritornarono, glorificando e lodando Dio per tutte le cose che avevano udito e visto, come era stato loro detto.

Nella stessa regione in cui era nato Gesù vi erano alcuni pastori che trascorrevano la notte all’aperto, facendo la guardia al loro gregge.
Il loro era un lavoro comune, faticoso e necessario, che richiedeva una presenza continua per proteggere gli animali e prendersene cura.
Non appartenevano agli ambienti religiosi più influenti e non occupavano posizioni di particolare prestigio nella società.
La Scrittura non dice che fossero necessariamente uomini disprezzati o esclusi da tutti, ma certamente erano persone semplici, impegnate nel proprio lavoro quotidiano e lontane dai luoghi nei quali ci si sarebbe aspettati un annuncio tanto importante.

Ora, è interessante notare che la prima proclamazione della nascita del Salvatore non avvenne nel palazzo di Erode, nella casa del sommo sacerdote o in mezzo agli scribi e ai maestri della legge.
Dio non fece risuonare inizialmente questa notizia negli ambienti religiosi ufficiali, ma in un campo, durante la notte, davanti a uomini comuni che stavano semplicemente svolgendo il proprio lavoro.

Il Signore, comunque, non si lasciò senza testimoni tra coloro che lo temevano e attendevano il compimento delle sue promesse.
Più avanti incontreremo Simeone e Anna nel tempio, un uomo e una donna timorati di Dio, ai quali fu concesso di riconoscere il Cristo. Il problema, dunque, non era appartenere a un ambiente religioso e neppure conoscere la Scrittura.
Luca, però, ci mostra fin dall’inizio che la rivelazione di Dio non è controllata dalle posizioni, dai titoli o dall’importanza che gli uomini attribuiscono a se stessi.
Dio è libero di farsi conoscere a chi vuole e, in questo caso, scelse dei semplici pastori.

Non avrebbe forse potuto mandare l’angelo al sommo sacerdote?
Non avrebbe potuto convocare gli scribi, i farisei e gli uomini maggiormente istruiti nella legge?
Certamente avrebbe potuto farlo.
Tuttavia decise di affidare questo annuncio a persone prive di un ruolo religioso particolare, mostrando fin dalla nascita di Gesù un modo di operare che ritroveremo molte altre volte nei Vangeli.

Durante il suo ministero, Gesù avrebbe innalzato una preghiera al Padre, dicendo:
«Io ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai savi e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli fanciulli.
Sì, o Padre, perché così ti è piaciuto».
Subito dopo avrebbe aggiunto che nessuno conosce veramente il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio avrà voluto rivelarlo.

Quando Gesù parla dei «savi e degli intelligenti», non sta condannando lo studio, la capacità di ragionare o la conoscenza della Scrittura.
Il problema non è possedere conoscenza, ma ritenere di essere autosufficienti a causa di essa.
Nel contesto dei Vangeli, queste parole si riferiscono a quanti si consideravano capaci di comprendere e giudicare l’opera di Dio secondo i propri criteri, ma non riconoscevano ciò che il Padre stava compiendo attraverso il Figlio.
Avevano conoscenza, esperienza e autorità religiosa, eppure la fiducia riposta in se stessi impediva loro di ricevere con umiltà ciò che Dio stava rivelando.

I «piccoli fanciulli», invece, non sono necessariamente persone prive di intelligenza o incapaci di comprendere.
Sono coloro che ricevono la rivelazione di Dio con dipendenza, umiltà e fiducia, senza presentarsi davanti a Lui come se avessero già compreso ogni cosa.
Un bambino dipende da chi si prende cura di lui e non può vantare autosufficienza.
Allo stesso modo, nessuno può conoscere veramente il Padre mediante la sola sapienza umana, perché è il Figlio che lo rivela.

I pastori rappresentano bene questa realtà.
Non furono scelti perché la loro professione li rendesse moralmente migliori degli altri, né perché la semplicità fosse di per sé una virtù capace di meritare la rivelazione.
Furono raggiunti per grazia.
Dio prese l’iniziativa, mandò il suo angelo e fece conoscere loro ciò che non avrebbero potuto scoprire da soli.
Essi non arrivarono alla mangiatoia grazie alla propria sapienza, ma perché il Signore disse loro che cosa era accaduto e indicò il segno attraverso il quale avrebbero riconosciuto il bambino.

L’apparizione dell’angelo fu accompagnata dalla gloria del Signore, che risplendette intorno a loro, ed essi furono presi da grande paura.
La loro reazione è comprensibile: uomini abituati all’oscurità dei campi si trovarono improvvisamente circondati dallo splendore della gloria di Dio.
Le prime parole dell’angelo, però, furono: «Non temete».
Quella manifestazione celeste non era venuta per annunciare loro una condanna, ma una grande gioia destinata a tutto il popolo.

L’angelo dichiarò: «Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo, il Signore».
Ogni parola di questo annuncio ha un peso particolare.
Quel bambino era il Salvatore, colui che sarebbe venuto a liberare il suo popolo dal peccato; era il Cristo, il Messia promesso e atteso; ed era il Signore.
Eppure il segno dato ai pastori non fu un trono, una corona o una dimostrazione di potenza politica. Avrebbero trovato un bambino fasciato e coricato in una mangiatoia.

Ancora una volta, la grandezza di ciò che Dio stava facendo era nascosta dentro una condizione di profonda umiltà.
Il cielo annunciava la nascita del Signore, mentre sulla terra il Signore giaceva in una mangiatoia. Senza la rivelazione ricevuta, i pastori avrebbero potuto vedere soltanto una famiglia in una condizione modesta e un bambino appena nato; Dio, però, fece loro conoscere chi fosse realmente quel bambino.

A quel punto si unì all’angelo una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio, dicendo:
«Gloria a Dio nei luoghi altissimi, e pace in terra agli uomini sui quali si posa il suo favore».
La venuta di Cristo porta prima di tutto gloria a Dio, perché in Lui si manifestano la fedeltà, la misericordia e la sapienza del Padre.
Porta anche pace agli uomini sui quali si posa il suo favore.
Non si tratta semplicemente dell’assenza di guerre o difficoltà, ma della pace che nasce dalla riconciliazione con Dio e che trova il suo compimento nell’opera di Cristo.

Quando gli angeli tornarono in cielo, i pastori non rimasero fermi a discutere se ciò che avevano udito fosse degno della loro attenzione.
Si dissero: «Andiamo fino a Betlemme, per vedere ciò che è avvenuto e che il Signore ci ha fatto conoscere».
Riconobbero che, attraverso il messaggio degli angeli, era stato il Signore stesso a parlare loro.
Per questo andarono in fretta e trovarono ogni cosa esattamente come era stato annunciato: Maria, Giuseppe e il bambino che giaceva nella mangiatoia.

La loro risposta mostra che la rivelazione ricevuta produsse in loro fede e ubbidienza.
Ascoltarono, andarono, videro e poi divulgarono ciò che era stato detto loro riguardo a quel bambino.
Non elaborarono un proprio messaggio e non aggiunsero particolari per rendere il racconto più impressionante; riferirono ciò che avevano ricevuto.
La testimonianza autentica non nasce dal desiderio di mettere in mostra se stessi, ma dalla necessità di far conoscere ciò che Dio ha detto e compiuto.

Tutti coloro che li udirono si meravigliarono, mentre Maria custodiva quelle parole e le meditava nel proprio cuore.
Maria aveva già ricevuto personalmente promesse straordinarie, eppure continuava a raccogliere con attenzione ciò che Dio le mostrava attraverso gli avvenimenti e attraverso la testimonianza degli altri.
Non trattava con superficialità ciò che stava accadendo, ma conservava ogni parola, cercando di comprenderne il significato davanti a Dio.

I pastori, infine, tornarono al proprio gregge.
La rivelazione ricevuta non li portò ad abbandonare immediatamente la loro vita quotidiana o a considerare il proprio lavoro ormai privo di valore.
Ritornarono da dove erano venuti, ma lo fecero glorificando e lodando Dio per tutto ciò che avevano udito e visto.
Il campo era lo stesso, il gregge era lo stesso e il lavoro che li attendeva era ancora quello di prima, ma essi avevano visto il compimento della promessa di Dio.

Dio aveva scelto uomini comuni, li aveva raggiunti nel luogo del loro lavoro, aveva rivelato loro il Figlio e li aveva resi testimoni della sua nascita.
Questo è il modo in cui Dio ha spesso scelto di operare: non secondo i criteri con i quali gli uomini stabiliscono chi sia importante, preparato o degno di essere ascoltato, ma secondo la sua grazia.
La conoscenza del Padre non è il premio riservato a chi si considera saggio; è una rivelazione che viene dal Figlio e che viene ricevuta da chi si presenta davanti a Dio con un cuore umile e disposto ad ascoltare.

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Luca 2:21-40

21 E quando furono trascorsi gli otto giorni dopo i quali egli doveva essere circonciso, gli fu posto nome Gesù, il nome dato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.
22 Quando poi furono compiuti i giorni della purificazione di lei secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore,
23 come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà chiamato santo al Signore»,
24 e per offrire in sacrificio, come è detto nella legge del Signore, un paio di tortore o due giovani colombi.
25 Or ecco, vi era a Gerusalemme un uomo chiamato Simeone; quest’uomo era giusto e pio e aspettava la consolazione d’Israele; e lo Spirito Santo era su di lui.
26 E gli era stato divinamente rivelato dallo Spirito Santo che non sarebbe morto prima di aver visto il Cristo del Signore.
27 Egli dunque, mosso dallo Spirito, venne nel tempio e, come i genitori vi portavano il bambino Gesù, per fare a suo riguardo quanto prescriveva la legge,
28 egli lo prese tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:
29 «Ora, Signore, lascia che il tuo servo muoia in pace secondo la tua parola,
30 perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
31 che tu hai preparato davanti a tutti i popoli;
32 luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele».
33 E Giuseppe e la madre del bambino si meravigliavano delle cose che si dicevano di lui.
34 Poi Simeone li benedisse e disse a Maria, sua madre: «Ecco, costui è posto per la caduta e per l’innalzamento di molti in Israele e per essere segno di contraddizione,
35 e a te stessa una spada trafiggerà l’anima, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».
36 Vi era anche Anna, una profetessa, figlia di Fanuel, della tribù di Aser, la quale era molto avanzata in età, avendo vissuto, dopo la sua verginità, sette anni con il marito.
37 Ella era vedova e, sebbene avesse ormai ottantaquattro anni, non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere.
38 Sopraggiunta ella pure in quel momento, lodava il Signore e parlava di quel bambino a tutti coloro che aspettavano la redenzione in Gerusalemme.
39 Ora, quando ebbero compiuto tutto quello che riguardava l’osservanza della legge del Signore, ritornarono in Galilea, nella loro città di Nazaret.
40 Intanto il bambino cresceva e si fortificava nello spirito, essendo ripieno di sapienza; e la grazia di Dio era su di lui.

Trascorsi otto giorni dalla nascita, Gesù fu circonciso e ricevette il nome che l’angelo aveva indicato prima ancora che fosse concepito nel grembo di Maria.
Giuseppe e Maria continuarono così a camminare nell’ubbidienza, facendo per il bambino tutto ciò che la legge del Signore prescriveva.
Non considerarono le rivelazioni ricevute come una ragione per trascurare la Parola di Dio, ma si sottomisero con semplicità a ciò che era stato comandato.

Quando furono compiuti i giorni stabiliti per la purificazione, portarono Gesù a Gerusalemme per presentarlo al Signore.
La legge ricordava che ogni maschio primogenito apparteneva al Signore, in memoria di ciò che Dio aveva fatto liberando Israele dall’Egitto e risparmiando i primogeniti del suo popolo.
Giuseppe e Maria offrirono inoltre un paio di tortore o due giovani colombi.

Ora, è interessante notare che la legge prescriveva normalmente l’offerta di un agnello insieme a una tortora o a un giovane colombo.
Tuttavia, quando una famiglia non aveva la possibilità economica di procurarsi un agnello, poteva offrire due tortore o due giovani colombi.
L’offerta presentata da Giuseppe e Maria era dunque quella prevista per chi non disponeva di grandi risorse.
Questo particolare ci permette di comprendere ancora meglio la condizione semplice nella quale il Figlio di Dio aveva scelto di venire nel mondo.

Gesù non nacque in una famiglia ricca e influente.
Maria e Giuseppe non potevano presentare l’offerta più costosa, ma offrirono ciò che la legge consentiva loro secondo le possibilità che avevano.
Dio non disprezzò la loro povertà e non considerò la loro offerta inferiore a causa del suo valore economico.
Essi stavano ubbidendo con ciò che possedevano, e questo era ciò che il Signore richiedeva da loro.

Proprio mentre si trovavano nel tempio, incontrarono un uomo di nome Simeone.
Luca lo descrive come un uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, cioè il compimento delle promesse attraverso le quali Dio avrebbe visitato, salvato e consolato il suo popolo.
Lo Spirito Santo era su di lui e gli aveva rivelato che non sarebbe morto prima di aver visto il Cristo del Signore.

La Scrittura non ci dice quanto tempo fosse trascorso da quando Simeone aveva ricevuto quella promessa.
Non sappiamo se fossero passati mesi oppure anni, ma sappiamo che egli continuava ad aspettare.
Non aveva dimenticato ciò che Dio gli aveva detto e non aveva smesso di credere soltanto perché il compimento non era ancora arrivato.
Rimase fedele nell’attesa, confidando che il Signore avrebbe mantenuto la propria parola.

Quante volte l’attesa può diventare difficile, soprattutto quando non conosciamo il giorno nel quale Dio compirà ciò che ha promesso?
Simeone non aveva ricevuto una data precisa, ma aveva ricevuto una parola sicura.
La sua pace non dipendeva dal conoscere tutti i particolari, ma dalla fedeltà di colui che aveva parlato.

Quel giorno, mosso dallo Spirito, Simeone entrò nel tempio proprio mentre Giuseppe e Maria vi portavano Gesù.
Umanamente parlando, poteva sembrare uno dei tanti bambini condotti lì dai propri genitori.
Non c’erano segni esteriori di grandezza, ricchezza o potenza, ma lo Spirito di Dio permise a Simeone di riconoscere in quel bambino il Cristo promesso.

Simeone lo prese tra le braccia e benedisse Dio.
Dopo aver atteso la consolazione d’Israele, poteva finalmente dire: «I miei occhi hanno visto la tua salvezza».
Non disse semplicemente di aver visto colui che avrebbe portato la salvezza, ma identificò quel bambino con la salvezza stessa preparata da Dio. In Gesù, infatti, la promessa di Dio stava prendendo forma davanti ai suoi occhi.

Quella salvezza non sarebbe stata limitata soltanto a Israele.
Simeone parlò di una luce destinata a illuminare le genti e della gloria del popolo d’Israele.
Dio aveva scelto Israele e gli aveva affidato le sue promesse, ma attraverso il Messia la salvezza sarebbe stata annunciata a tutti i popoli.
Gesù non venne soltanto per una nazione, ma affinché uomini e donne provenienti da ogni popolo potessero essere riconciliati con Dio.

Giuseppe e Maria si meravigliavano delle cose dette riguardo a Gesù.
Avevano già ricevuto la visita dell’angelo, avevano ascoltato la testimonianza dei pastori e conoscevano le circostanze
straordinarie della sua nascita; eppure continuavano a meravigliarsi ogni volta che Dio aggiungeva una nuova conferma riguardo all’identità e alla missione di quel bambino.

Simeone, però, non pronunciò soltanto parole di gioia.
Dopo averli benedetti, disse a Maria che Gesù era posto per la caduta e per l’innalzamento di molti in Israele e per essere un segno di contraddizione.
La venuta di Cristo avrebbe costretto ogni cuore a prendere posizione davanti a Lui. Nessuno avrebbe potuto incontrarlo realmente e rimanere completamente indifferente.

Gesù sarebbe stato per alcuni motivo di innalzamento e per altri motivo di caduta.
Coloro che avrebbero riconosciuto il proprio bisogno e creduto in Lui avrebbero ricevuto salvezza, perdono e vita.
Coloro che invece lo avrebbero respinto, confidando nella propria giustizia e rifiutando la testimonianza di Dio, avrebbero inciampato proprio in colui che era stato mandato per salvarli.

La Scrittura parla di Cristo come della pietra rigettata dagli edificatori, diventata poi la pietra angolare.
Questa espressione proviene dal Salmo 118 e Gesù stesso la applicò alla propria persona parlando ai capi religiosi che lo stavano rifiutando.
Gli edificatori rappresentavano coloro che avrebbero dovuto riconoscere l’opera di Dio e guidare il popolo, ma che invece respinsero proprio colui sul quale Dio aveva deciso di costruire.

La pietra angolare era una pietra fondamentale nella costruzione, capace di dare direzione e stabilità all’edificio.
Il significato principale dell’immagine è chiaro: colui che gli uomini avrebbero giudicato inutile e rigettato era stato scelto da Dio come fondamento della sua opera.
Il giudizio degli uomini su Gesù non avrebbe cambiato ciò che il Padre aveva stabilito riguardo a Lui.

Gesù è ancora oggi quella pietra davanti alla quale ogni persona viene posta.
Per chi crede, Egli è il fondamento sul quale edificare la propria vita.
Non possiamo costruire una relazione con Dio, la speranza della salvezza o una vita di ubbidienza senza poggiare su Cristo.
Tutto ciò che viene edificato lontano da Lui potrà anche sembrare stabile per un certo tempo, ma non possiede il fondamento stabilito da Dio.

Per chi non crede, invece, Cristo diventa una pietra d’inciampo.
Non perché Egli desideri la rovina degli uomini, ma perché il cuore incredulo rifiuta di sottomettersi a ciò che Dio ha stabilito.
Gesù viene respinto perché non corrisponde alle aspettative umane, perché mette in discussione la nostra autosufficienza e perché ci chiama a riconoscere il peccato e il bisogno di essere salvati.

Davanti a Lui vengono svelati i pensieri di molti cuori.
La presenza di Gesù porta alla luce ciò che si trova realmente dentro l’uomo.
Alcuni potevano apparire religiosi, devoti e conoscitori della legge, ma il modo in cui avrebbero reagito a Cristo avrebbe mostrato la vera condizione del loro cuore.
Altri, considerati piccoli e senza importanza, lo avrebbero accolto con fede.

Simeone disse inoltre a Maria che una spada avrebbe trafitto la sua stessa anima.
La Scrittura non spiega in quel momento tutti i particolari di questa parola, ma possiamo comprendere che Maria avrebbe conosciuto un dolore profondo a motivo di ciò che Gesù avrebbe sofferto.
Questa parola avrebbe trovato la sua espressione più dolorosa quando lo avrebbe visto rigettato, perseguitato e infine crocifisso.

Subito dopo Luca ci presenta Anna, una profetessa, figlia di Fanuel, della tribù di Aser.
Era ormai molto anziana ed era rimasta vedova dopo pochi anni di matrimonio.
La sua vita era stata segnata da una perdita profonda, eppure quella sofferenza non l’aveva allontanata da Dio.
Aveva continuato a servirlo con perseveranza, dedicandosi ai digiuni e alle preghiere.

L’espressione secondo la quale non si allontanava mai dal tempio ci mostra una vita interamente concentrata sul servizio e sull’adorazione di Dio.
Anche in età avanzata, Anna non considerava terminato il proprio cammino. Non pensava che gli anni trascorsi, la vedovanza o la debolezza legata all’età la rendessero inutile.
Continuava a pregare, a digiunare e a servire il Signore con fedeltà.

Quanta bellezza vi è nella vita di questa donna.
Il tempo non aveva spento la sua attesa e le sofferenze vissute non avevano cancellato la sua speranza.
Quando vide Gesù, lodò il Signore e parlò di quel bambino a tutti coloro che aspettavano la redenzione in Gerusalemme.
Anche lei riconobbe che in quel bambino Dio stava compiendo ciò che aveva promesso.

Ora, alla fine di tutta questa vicenda, possiamo osservare con prudenza quanto queste testimonianze abbiano potuto rappresentare una conferma e un incoraggiamento per Giuseppe e Maria.
La Scrittura non afferma direttamente quali pensieri attraversassero il loro cuore in quel momento, ma ci dice più volte che si meravigliavano delle cose dette riguardo a Gesù e che Maria custodiva queste parole nel proprio cuore.

Avevano affrontato un viaggio faticoso, non avevano trovato posto nell’alloggio e avevano dovuto deporre il bambino in una mangiatoia.
Non possedevano neppure le risorse necessarie per offrire un agnello, ma presentarono l’offerta concessa dalla legge alle famiglie più povere.
Eppure, in mezzo a tutte queste difficoltà, Dio non li lasciò senza conferme.

Quando non vi fu posto per loro, il cielo annunciò ai pastori la nascita del Salvatore e quegli uomini vennero a raccontare ciò che avevano ricevuto.
Quando Giuseppe e Maria entrarono nel tempio con l’offerta dei poveri, incontrarono Simeone e Anna, due persone che attendevano
fedelmente il compimento delle promesse di Dio e che riconobbero in Gesù la salvezza e la redenzione.

Non possiamo dire che ogni difficoltà sarà sempre seguita da una manifestazione straordinaria, perché la Scrittura non ci autorizza a trasformare questi avvenimenti in una regola.
Possiamo però vedere che Dio accompagnava Giuseppe e Maria nel compito che aveva affidato loro.
Le difficoltà non significavano che fossero stati abbandonati e la povertà non era la prova dell’assenza di Dio.
La sua mano continuava a guidarli e, nel momento opportuno, inviava testimonianze capaci di confermare ciò che aveva promesso.

Dopo aver compiuto tutto ciò che la legge richiedeva, tornarono a Nazaret.
La vita riprese nella semplicità della loro città, mentre Gesù cresceva e si fortificava, ripieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di Lui.
Il Figlio di Dio non evitò il normale processo della crescita umana, ma visse realmente la nostra condizione, sviluppandosi nel corpo e manifestando progressivamente la sapienza che accompagnava tutta la sua vita.

Il capitolo ci lascia così davanti a una famiglia semplice che cammina nell’ubbidienza, a un uomo che ha saputo attendere la promessa, a una vedova che ha servito
Dio fino alla vecchiaia e, soprattutto, a Cristo, la salvezza preparata da Dio, la luce delle genti e la pietra sulla quale ogni uomo è chiamato a edificare.


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