Il timore dell’Eterno: da qui comincia tutto

«Il timore dell’Eterno è il principio della scienza, e conoscere il Santo è l’intelligenza.»
Proverbi 1:7
Sapete, è da qualche giorno che c’è una parola che continuo a sentire forte nel mio cuore, e più ci penso più mi rendo conto che non è una parola da prendere alla leggera: il timore dell’Eterno è il principio della scienza.
È il principio. E quando la Bibbia dice che qualcosa è il principio, vuol dire che da lì si parte, che quella è la base.
Possiamo parlare di fede, possiamo parlare di servizio, possiamo parlare di conoscenza biblica, possiamo essere nati di nuovo, possiamo anche conoscere tante cose della Scrittura, ma se manca il timore dell’Eterno manca qualcosa che sta proprio alla radice.
E allora mi sono chiesto: che cos’è questa scienza?
Perché quando noi sentiamo la parola scienza pensiamo subito alla conoscenza umana, allo studio, all’intelligenza, alla capacità di comprendere le cose. Ma qui non si sta parlando semplicemente dell’avere informazioni.
Si sta parlando di conoscere Dio nel modo giusto, di cominciare a vedere le cose attraverso quello che Dio dice e non soltanto attraverso quello che io penso. Perché posso conoscere tanti versetti e non avere timore di Dio.
Posso sapere come funziona una chiesa, posso sapere come si predica, posso essere abituato alle cose di Dio e nello stesso tempo perdere quella sensibilità che mi fa fermare davanti al Signore e mi fa dire: questa cosa io non la posso fare, non perché qualcuno mi vede, non perché ho paura del giudizio delle persone, ma perché Dio mi vede. Questo è il timore dell’Eterno.
Ed è proprio per questo che pensando a queste cose mi è venuto in mente Giuseppe.
Giuseppe si ritrova lontano dalla sua casa, lontano dalla sua famiglia, lontano da chi poteva controllarlo.
È uno schiavo in Egitto, e a un certo punto si ritrova davanti a una tentazione che si ripete.
La moglie del suo padrone cerca di sedurlo e gli chiede di coricarsi con lei.
Giuseppe avrebbe potuto ragionare in tanti modi.
Avrebbe potuto dire: io sono solo, nessuno lo saprà, mi trovo in una terra straniera, sono stato venduto dai miei fratelli, la mia vita è già andata male, che differenza fa? E invece dentro di lui c’era qualcosa che valeva più dell’occasione che aveva davanti.
Giuseppe aveva Dio davanti agli occhi.
Il suo ragionamento non fu soltanto: questa donna è la moglie del mio padrone.
Il suo pensiero arrivò più in alto: come potrei fare una cosa simile e peccare contro Dio?
Questo è il timore dell’Eterno. Il timore dell’Eterno entra nel momento in cui nessuno ti vede, entra nel momento in cui avresti anche la possibilità di fare qualcosa e forse nessuno verrebbe mai a saperlo.
Entra quando la carne avrebbe tutte le sue giustificazioni pronte, ma dentro di te c’è qualcosa che dice: io non voglio dispiacere il Signore.
E questo non significa che il credente sia perfetto, perché noi dobbiamo ancora crescere.
Possiamo essere figli di Dio, possiamo aver ricevuto una nuova vita, possiamo amare il Signore, ma avere ancora aree del nostro carattere che devono essere lavorate.
E pensando a questo mi viene in mente Davide, perché Dio stesso diede di lui una testimonianza straordinaria, lo definì un uomo secondo il suo cuore. Eppure Davide non fu un uomo senza combattimenti, senza debolezze, senza momenti in cui dovette imparare.
Davide era stato unto per diventare re, ma ancora non era re.
Aveva ricevuto una promessa, aveva ricevuto un’unzione, Dio era con lui, cominciava a vedere vittorie nella sua vita, mentre dall’altra parte Saul si stava lentamente allontanando dal Signore.
La sua disubbidienza, la sua gelosia, il suo modo di ragionare lo portarono sempre più lontano, fino a quando cominciò a guardare Davide non più come qualcuno che serviva il popolo, ma come una minaccia.
È impressionante vedere come a volte tutto possa iniziare da un pensiero.
Saul ascolta quelle donne che cantano, sente che a Davide vengono attribuite diecimila vittorie e a lui mille, e dentro di lui comincia un ragionamento: a lui hanno dato diecimila, a me mille, non gli manca altro che il regno.
Quel pensiero viene accolto, viene alimentato, e da quel momento il suo sguardo verso Davide cambia.
Il problema spesso non è soltanto il pensiero che arriva, perché pensieri ne possono arrivare tanti.
Il problema è cosa facciamo con quel pensiero. Saul cominciò a custodire la gelosia, a nutrire il sospetto, a vedere Davide attraverso quella lente, fino ad arrivare a volerlo uccidere.
Davide invece, dall’altra parte, comincia a vivere una persecuzione che umanamente non meritava.
Lui aveva servito Saul, aveva suonato per lui, aveva combattuto per Israele, aveva rischiato la propria vita.
Eppure si ritrova costretto a scappare, a nascondersi, a vivere nei deserti, nelle spelonche, lontano da casa, passando da un posto all’altro come un fuggitivo, e proprio in quel periodo arrivano delle prove particolari.
A un certo punto Davide si ritrova davanti Saul.
Non deve cercarlo, non deve organizzare niente, non deve progettare una vendetta.
Saul gli capita praticamente davanti. Ed è proprio lì che arrivano anche le parole degli uomini che stanno con lui: questa è l’occasione, Dio te lo ha consegnato nelle mani.
Pensate quanto poteva sembrare logico quel ragionamento: Dio mi ha promesso il regno.
Quest’uomo sta cercando di uccidermi. Io non gli ho fatto nulla.
Sono anni che scappo, e adesso me lo ritrovo davanti… magari questa è la risposta di Dio!
Ecco perché il timore dell’Eterno è il principio della conoscenza, perché non tutto quello che sembra conveniente viene da Dio.
Non tutto quello che sembra un’occasione viene da Dio.
Non tutto quello che sembra una porta aperta significa che Dio ti sta dicendo di attraversarla.
Davide taglia soltanto un lembo della veste di Saul, ma dopo averlo fatto il suo cuore lo riprende.
E questa cosa mi colpisce perché fa vedere una sensibilità.
Non aveva ucciso Saul, aveva tagliato un pezzo della sua veste, eppure dentro di lui qualcosa lo colpisce.
Quando c’è timore di Dio non hai bisogno sempre che qualcuno venga a dirti che hai sbagliato.
Ci sono momenti in cui il Signore lavora nella coscienza, nel cuore, e tu ti rendi conto che sei andato oltre.
Magari gli altri avrebbero detto: ma cosa hai fatto di così grave?
Non l’hai nemmeno toccato. Eppure Davide sentì il peso di quello che aveva fatto, perché il timore di Dio non misura tutto soltanto in base a quanto è grande il peccato agli occhi degli uomini. Il timore di Dio ti porta a chiederti: questa cosa è gradita al Signore?
E poi Davide attraversa un’altra situazione ancora.
Questa volta non c’è Saul, non c’è l’unto dell’Eterno, non c’è un re.
C’è Nabal, un uomo che lo tratta male, lo offende, gli risponde in maniera dura dopo che Davide e i suoi uomini avevano protetto ciò che gli apparteneva, e Davide si arrabbia. Qui viene fuori l’uomo.
Quello stesso Davide che aveva risparmiato Saul si prepara ad andare a fare vendetta contro Nabal.
Perché a volte possiamo superare una prova e fallire quasi nella stessa area poco dopo, soprattutto quando cambia la persona che abbiamo davanti.
Con Saul era facile pensare: è l’unto dell’Eterno, non lo posso toccare.
Ma Nabal chi è? È soltanto un uomo che mi ha mancato di rispetto.
E proprio qui Dio manda Abigail.
Abigail praticamente ferma Davide prima che Davide faccia qualcosa che dopo avrebbe portato come un peso nella sua coscienza.
E Davide riconosce che Dio l’ha mandata. Riconosce che il Signore lo ha trattenuto dal farsi giustizia con le proprie mani.
Questa è una cosa importante, perché il timore dell’Eterno non significa soltanto sapere cosa non devi fare.
Significa anche essere disposto a essere corretto quando stai andando nella direzione sbagliata.
A volte il Signore ti parla attraverso la Parola, a volte attraverso una situazione, a volte manda qualcuno che ti dice una cosa che magari in quel momento non vuoi sentire, e la domanda è: io ho abbastanza timore di Dio da fermarmi?
Perché la carne vuole avere ragione.
La carne vuole difendersi.
La carne vuole dire: questa volta me lo merito, questa volta ho il diritto di reagire.
Ma il timore dell’Eterno introduce una domanda diversa: Signore, che cosa vuoi Tu?
E poi Davide si ritrova di nuovo davanti Saul.
Un’altra occasione. Saul è lì, vulnerabile, e questa volta accanto a Davide c’è perfino qualcuno disposto a fare il lavoro al posto suo.
Gli dice praticamente: basta una volta, lo colpisco io e non ci sarà bisogno di una seconda.
E ancora una volta il ragionamento poteva sembrare perfetto: Dio te lo ha consegnato.
Guarda la situazione. Guarda quanto è facile. Guarda quanto sembra evidente.
Ma Davide ormai ha attraversato un processo e questa volta la risposta viene fuori più chiaramente: chi potrebbe stendere la mano contro l’unto dell’Eterno e rimanere innocente?
Questa è conoscenza, non conoscenza teorica, ma conoscenza di Dio applicata nel momento in cui la carne avrebbe motivo di fare diversamente.
Perché troppo spesso oggi vediamo persone che conoscono le cose di Dio, parlano delle cose di Dio, magari servono anche Dio, ma poi manca questo timore. E quando manca il timore dell’Eterno cominciano a entrare cose che sembrano piccole, ma piccole non sono.
Manca il timore di Dio quando si comincia a parlare con leggerezza dei servi del Signore.
Manca il timore di Dio quando si ferisce un fratello e poi si va avanti come se niente fosse.
Manca il timore di Dio quando so che con il mio modo di fare sto facendo del male a una sorella o a un fratello, ma continuo ugualmente perché nella mia testa ho già costruito un ragionamento per giustificarmi.
Ed è proprio questo il pericolo, perché possiamo arrivare a pensare che qualcosa sia giusto soltanto perché noi abbiamo trovato una giustificazione religiosa. Gesù stesso avvertì i discepoli che sarebbero arrivate persone che li avrebbero perseguitati pensando addirittura di rendere un servizio a Dio.
Pensate alla gravità di questa cosa: puoi fare il male ed essere convinto di farlo per Dio, puoi ferire una persona ed essere convinto che stai difendendo la verità, puoi agire senza amore ed essere convinto che stai difendendo la santità.
Puoi essere duro, ingiusto, arrogante, puoi sparlare, puoi distruggere qualcuno con le parole, e dentro di te aver costruito un ragionamento nel quale tu sei dalla parte di Dio.
E allora qual è il freno? Il timore dell’Eterno!
Perché se io temo Dio, prima ancora di chiedermi se ho ragione mi chiedo se sto facendo quello che piace a Lui.
Se io temo Dio, quando mi accorgo che ho ferito un fratello non mi basta dire: il problema è suo, se l’è presa male.
Mi fermo e mi domando se il mio modo di fare è stato giusto. Se temo Dio, non uso la libertà che ho per calpestare la coscienza di un altro, non prendo una posizione soltanto perché mi conviene o perché mi fa sentire superiore e sono disposto anche a mettere in discussione me stesso.
Ed è qui che entra la vera conoscenza, perché conoscere Dio non significa soltanto conoscere ciò che Dio può fare.
Significa conoscere quello che Dio ama e quello che Dio odia o gli dispiaccia.
Significa conoscere il suo carattere, sapere che Dio è santo, sapere che Dio guarda il cuore, sapere che Dio vede anche quello che gli altri non vedono.
E più conosci il Signore, più cominci ad avere una forma diversa di intelligenza, non l’intelligenza della carne.
La carne è intelligente a modo suo.
La carne sa giustificarsi benissimo. Sa costruire ragionamenti perfetti.
Sa trovare sempre una spiegazione per quello che vuole fare.
Guardate Saul, quando gli fu detto di aspettare, lui sapeva cosa doveva fare.
Ma poi cominciò a guardare le circostanze.
Vide il popolo che si disperdeva, vide la pressione aumentare, vide quello che stava succedendo intorno a lui e a un certo punto si fece forza e fece quello che non gli era stato chiesto.
E quando arrivò il momento di rendere conto, aveva anche delle spiegazioni:
il popolo se ne stava andando, i nemici erano vicini, la situazione era urgente. Sembrava tutto ragionevole, ma la parola era stata chiara.
Questo è il punto: quando manca il timore dell’Eterno, le circostanze diventano più forti della Parola.
La pressione comincia a pesare più di quello che Dio ha detto, il sentimento prende il sopravvento e la convenienza finisce per guidare le nostre scelte.
E così, invece di restare fermi in ciò che il Signore ci ha mostrato, iniziamo a fare quello che a noi sembra più giusto.
Per questo il timore dell’Eterno è il principio della conoscenza, perché mi rimette al mio posto.
Mi ricorda che non sono io Dio. Mi ricorda che non sono io a stabilire ciò che è bene e ciò che è male in base a quello che sento.
Mi ricorda che la mia vita è davanti a Lui.
E questa cosa riguarda anche il consiglio che riceviamo.
La Scrittura parla dell’uomo beato che non cammina secondo il consiglio degli empi.
E io in questi giorni mi sono fatto una domanda molto concreta, anche pensando alle responsabilità che il Signore mi ha dato.
Come faccio a capire quando un consiglio, magari dato anche da una persona che parla di Dio, mi sta portando nella direzione sbagliata?
Perché non sempre il consiglio empio arriva da una persona che ti dice apertamente di rinnegare Dio o dica necessariamente cose sbagliate lampanti.
A volte arriva con un linguaggio caritatevole, a volte arriva da qualcuno che conosce la Bibbia, a volte arriva attraverso qualcuno che magari predica anche bene. Ma bisogna vedere dove porta quel consiglio.
Mi porta ad avere più timore di Dio o meno timore di Dio?
Mi porta verso la santità oppure mi fa accettare lentamente cose che una volta la mia coscienza non avrebbe accettato?
Mi porta a rispettare maggiormente la Parola oppure mi insegna a trovare sempre un modo per aggirarla?
Mi porta ad amare maggiormente i fratelli oppure mi rende più duro, più critico, più pronto a giudicare?
Infatti una persona può anche parlarti delle cose di Dio, ma se nel tempo ha cominciato ad accettare compromessi nel proprio cuore, inevitabilmente il suo modo di vedere certe cose cambierà.
Quello che prima gli pesava, dopo non gli pesa più.
Quello che prima lo faceva fermare, dopo lo giustifica.
Quello che prima avrebbe chiamato pericolo, dopo diventa normale.
E allora bisogna stare attenti. Non perché noi dobbiamo andare in giro a stabilire chi è salvato e chi non lo è, oppure chi è migliore e chi è peggiore. Questo non è il punto. Il punto è che io devo custodire il mio cammino e il mio cuore davanti a Dio.
Devo chiedermi: questo mi sta avvicinando al Signore oppure mi sta lentamente allontanando dalla sensibilità verso il peccato?
Perché il timore dell’Eterno è proprio quella sensibilità che non vuoi e non devi perdere.
Quando Giuseppe era davanti a quella donna, non stava facendo un dibattito teologico.
Aveva una convinzione: non posso peccare contro Dio. Quando Davide aveva Saul davanti, non si mise a costruire una teologia sulla vendetta.
Disse: io non posso stendere la mano contro colui che Dio ha unto.
Quando Davide stava andando contro Nabal e Abigail lo fermò, ebbe abbastanza sensibilità da riconoscere:
Dio mi ha impedito di spargere sangue con le mie mani.
Questo è il timore del Signore. E magari uno può dire: ma Davide dopo ha peccato gravemente.
Certo, ed è proprio questo che deve farci tremare, perché nessuno di noi arriva a un punto nella vita in cui può dire: ormai io sono al sicuro, ormai conosco abbastanza Dio, ormai non posso cadere.
Se perdiamo il timore dell’Eterno possiamo fare cose che magari qualche anno prima avremmo detto che non avremmo mai fatto.
Per questo dobbiamo custodire il cuore, custodire quello che entra nella mente, custodire il modo in cui trattiamo le persone, custodire il modo in cui reagiamo quando siamo feriti, custodire il modo in cui gestiamo le responsabilità che Dio ci dà.
Perché proprio quando abbiamo una responsabilità possiamo diventare pericolosi se perdiamo il timore di Dio.
Possiamo cominciare a pensare che siccome Dio ci usa allora approva tutto quello che facciamo.
Non è così, Dio usava Davide, ma quando Davide sbagliava Dio lo correggeva.
Il Signore aveva scelto Saul, ma quando Saul cominciò a disubbidire la sua posizione non lo protesse dalle conseguenze.
Il fatto che il Signore mi abbia dato qualcosa da fare non significa che io non debba più esaminarmi davanti a Lui, anzi, forse significa proprio il contrario.
Più responsabilità ho, più ho bisogno di custodire questo timore.
Non perché devo vivere sotto una paura continua di sbagliare, ma perché devo ricordarmi che quello che faccio non riguarda soltanto me.
Se il Signore mi affida qualcosa, se mi dà la possibilità di parlare, di servire, di influenzare altre persone, allora devo stare ancora più attento a non confondere quello che piace a me con quello che piace a Lui.
Ed è qui che personalmente sento il peso di questa parola.
Perché il problema non è soltanto riconoscere il compromesso quando ormai è evidente, ma accorgersi di quando il cuore comincia lentamente ad abituarsi. Ci sono cose che magari tempo prima ci avrebbero fatto fermare, ci avrebbero fatto pregare, ci avrebbero portato a esaminarci, mentre dopo un po’ possiamo cominciare a considerarle normali semplicemente perché le vediamo dappertutto o perché altri credenti le accettano.
Ma la misura non può diventare quello che fanno gli altri.
La misura non può essere nemmeno quello che ormai viene considerato normale nel mondo cristiano.
Io devo continuare a chiedermi se davanti a Dio posso stare con una coscienza pulita, se quello che faccio nasce veramente dal desiderio di piacere a Lui oppure se sto soltanto cercando una spiegazione che mi permetta di fare quello che avevo già deciso nel mio cuore.
Per questo credo che il timore dell’Eterno abbia molto a che fare anche con l’essere correggibili.
Una persona che teme Dio non è una persona che non sbaglia mai, ma è una persona che quando il Signore mette il dito su qualcosa non vuole indurire il cuore. Può esserci una lotta, può esserci anche un momento in cui la carne si difende, può essere difficile ammettere di avere sbagliato, ma alla fine il desiderio è quello di tornare sotto la volontà di Dio.
E forse è proprio questa una delle cose che dovremmo chiedere di più al Signore: non soltanto di farci conoscere la sua Parola, ma di non permettere che perdiamo la sensibilità davanti a Lui.
Perché possiamo continuare a parlare di Dio anche quando il nostro cuore si sta indurendo, possiamo continuare a servire anche quando certe cose dentro di noi stanno cambiando, e magari gli altri non se ne accorgono nemmeno. Ma Dio lo vede.
Allora il timore dell’Eterno diventa qualcosa di estremamente concreto.
Entra nel modo in cui tratto le persone, nel modo in cui reagisco quando mi fanno un torto, nelle decisioni che prendo quando nessuno può controllarmi, nelle parole che dico quando la persona di cui sto parlando non è presente e persino nel modo in cui uso quello che Dio mi ha affidato.
Ed è lì che io voglio rimanere: davanti al Signore, con un cuore che possa ancora essere corretto, fermato e ripreso.
Perché posso anche non capire tutto, posso attraversare momenti in cui non so quale decisione prendere, ma se conservo il timore dell’Eterno ho ancora un punto da cui partire. Ed è proprio questo che continua a tornarmi nel cuore in questi giorni: prima di tutto il resto, prima della conoscenza, prima del servizio, prima di quello che posso fare per Dio, c’è il modo in cui io vivo davanti a Lui.
Il timore dell’Eterno è il principio della scienza, e conoscere il Santo è l’intelligenza!
Questo articolo è una creazione originale di Radio Cristiana FHL. È fondamentale sottolineare che la riproduzione o l’utilizzo del suo contenuto, in qualsiasi forma, non è consentito senza il consenso esplicito di Radio Cristiana FHL (Cristomihasalvato@gmail.com). Ogni tentativo di modifica, distribuzione o vendita del testo è vietato. La pubblicazione di questo articolo è stata effettuata con il permesso dell’editore originale. Per scoprire ulteriori risorse e informazioni, vi invitiamo a visitare il nostro sito ufficiale: www.radiocristianafhl.com ©Radio Cristiana FHL
