Siamo solo di passaggio: presto torneremo a casa.

«Quanto a noi, la nostra cittadinanza è nei cieli, da dove aspettiamo anche il Salvatore, Gesù Cristo, il Signore.»
Filippesi 3:20
Sapete, già da tempo guardo alla mia vita con una prospettiva diversa rispetto a qualche anno fa.
Sebbene sia ancora giovane, ho trentotto anni, più passa il tempo e più mi rendo conto di quanto siamo limitati qui e di quanto sia vero quello che dice Paolo quando parla del nostro uomo esteriore che va disfacendosi, mentre quello interiore si rinnova di giorno in giorno.
Forse da giovani ci pensiamo meno.
Quando siamo bambini il tempo sembra lunghissimo, arrivare a diciotto anni sembra quasi un’eternità, poi però qualcosa cambia e gli anni cominciano a passare più velocemente.
Ti volti indietro e ti accorgi che periodi della vita che sembravano lontanissimi sono già trascorsi, e quasi ti domandi come sia possibile che sia passato così tanto tempo.
Ed è proprio in questi giorni che sento ancora di più il peso di quella parola di Giacomo che descrive la nostra vita come un vapore che appare per un po’ e poi svanisce.
È un’immagine semplice, ma più passano gli anni e più diventa reale, perché cominci a renderti conto che questa vita, che a noi sembra così lunga mentre la stiamo vivendo, davanti all’eternità è veramente un momento.
Questo è il pensiero personale da cui nasce questa riflessione, ma quello che dice la Scrittura non riguarda soltanto me.
Riguarda tutti noi, perché indipendentemente dalla nostra età, da quello che abbiamo costruito o dai progetti che abbiamo ancora davanti, nessuno di noi conosce quanti giorni gli siano stati concessi.
Spesso viviamo come se avessimo davanti una quantità infinita di tempo.
Facciamo progetti, rimandiamo certe decisioni, inseguiamo tante cose e ci affanniamo come se tutto dovesse durare per sempre, mentre la Scrittura ci ricorda continuamente che i nostri giorni sono contati.
Mosè pregava il Signore dicendo: «Insegnaci a contare i nostri giorni, per ottenere un cuore savio».
Credo che questa sia una preghiera molto più profonda di quanto possa sembrare, perché imparare a contare i nostri giorni significa imparare anche a dare il giusto valore al tempo che Dio ci ha affidato.
Significa vivere sapendo che questi giorni hanno un limite e che arriverà il momento in cui ciò che oggi occupa così tanto la nostra mente lascerà il posto a qualcosa di molto più grande: l’eternità.
Nessuno di noi conosce il numero dei giorni che Dio ha stabilito per la propria vita, ma sappiamo che arriverà un momento in cui questa vita terminerà e ci presenteremo davanti a Lui.
Quando cominciamo a guardare la nostra esistenza da questa prospettiva, molte cose che prima sembravano enormi cambiano lentamente di valore.
Ci rendiamo conto che alla fine non rimarrà tutto quello che abbiamo accumulato, tutto quello che abbiamo costruito per noi stessi o tutto quello per cui abbiamo consumato le nostre forze.
Quello che realmente avrà peso sarà ciò che è stato fatto nel Signore, quello che è nato dalla fede e dall’ubbidienza, ciò che Dio aveva preparato affinché lo compissimo mentre eravamo qui.
Gesù raccontò di un servo che, dopo essere stato trovato fedele in quello che gli era stato affidato, si sentì dire: «Bene, buono e fedele servo».
Se ci pensiamo veramente, per un figlio di Dio dovrebbe esserci qualcosa di profondamente desiderabile in queste parole: arrivare alla fine della propria corsa, guardarsi indietro e sapere di aver cercato di essere fedele a ciò che Dio gli aveva messo nelle mani.
Forse è anche per questo che, andando avanti negli anni e camminando con il Signore, comprendiamo sempre meglio quelle parole della Scrittura che definiscono i credenti stranieri e pellegrini sulla terra.
Non perché dobbiamo disprezzare questa vita o vivere distaccati dalle persone che Dio ci ha dato, ma perché sappiamo che quello che abbiamo qui, per quanto prezioso possa essere, non è la nostra destinazione finale.
Possiamo amare profondamente le nostre famiglie, ringraziare il Signore per i figli, per la casa, per il lavoro, per le persone che ci stanno accanto e per tutte le benedizioni che abbiamo ricevuto.
Possiamo gioire di quello che Dio ci concede e, nello stesso tempo, avere nel cuore la consapevolezza che siamo soltanto di passaggio e che la nostra cittadinanza è nei cieli.
Quando Ebrei 11 parla degli uomini e delle donne di fede, non presenta persone che vivevano fuori dalla realtà.
Avevano famiglie, responsabilità, problemi, attese, promesse che sembravano tardare e situazioni che probabilmente non riuscivano sempre a comprendere.
Eppure confessavano di essere stranieri e pellegrini sulla terra, perché attraverso tutto quello che stavano vivendo continuavano a cercare una patria migliore, quella celeste.
Questo ci aiuta anche a comprendere quello che Paolo scrisse ai Filippesi quando disse di essere stretto fra due cose.
Da una parte desiderava partire ed essere con Cristo, perché sapeva che sarebbe stato molto meglio; dall’altra comprendeva che rimanere ancora nella carne era necessario per poter portare frutto ed essere utile agli altri.
Credo che questa tensione appartenga, in qualche misura, alla vita di ogni figlio di Dio che comincia a comprendere davvero dove sta andando.
Possiamo desiderare di essere con il Signore e, allo stesso tempo, sapere che finché Dio ci lascia qui abbiamo ancora qualcosa da compiere, qualcuno da servire, qualche frutto da portare e una corsa che non è ancora terminata.
Per questo dovremmo domandarci più spesso per che cosa stiamo realmente vivendo, perché è possibile trascorrere gran parte della propria esistenza affaticandosi dietro cose che, alla fine, dovremo comunque lasciare.
Possiamo spendere anni per accumulare, raggiungere una posizione, costruire sicurezza, inseguire obiettivi e preoccuparci continuamente di quello che avremo domani, dimenticando che nessuna di queste cose potrà seguirci quando arriverà il momento di lasciare questa terra.
Gesù fece una domanda che ancora oggi mette l’uomo davanti alla realtà: «Che gioverà a un uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde l’anima sua?».
Anche se una persona riuscisse realmente a ottenere tutto ciò che desidera, arriverebbe comunque il momento in cui dovrebbe lasciare ogni cosa.
La Bibbia dice chiaramente che non abbiamo portato nulla in questo mondo e non possiamo portarne via nulla.
Prima di noi sono vissuti uomini che hanno accumulato patrimoni enormi, proprietà, riconoscimenti, potere e successo, ma per ognuno di loro è arrivato un giorno in cui tutto quello che avevano costruito è rimasto qui.
Gesù raccontò proprio di un uomo che aveva accumulato così tanto da non sapere più dove mettere i suoi beni.
Decise di costruire granai più grandi e cominciò a ragionare pensando di avere ormai ricchezze sufficienti per molti anni, tanto da poter finalmente riposare, mangiare, bere e godersi la vita.
Aveva fatto i suoi programmi e aveva pensato al futuro, ma non aveva considerato la cosa più importante: quella stessa notte la sua vita sarebbe potuta finire.
Dio gli disse: «Stolto, questa stessa notte l’anima tua ti sarà ridomandata; e di chi saranno le cose che hai preparato?».
Queste parole non ci vengono date perché dobbiamo vivere ossessionati dalla morte, ma perché impariamo a vivere con la giusta prospettiva e smettiamo di comportarci come se questa vita fosse tutto quello che esiste.
Per chi appartiene a Cristo, infatti, sapere che la vita è breve non significa vivere nella paura.
Paolo, proprio mentre parla del corpo che si va consumando, dice che «la nostra leggera afflizione, che è solo per un momento, produce per noi uno smisurato, eccellente peso eterno di gloria».
Quando Paolo parla di una “leggera afflizione”, non sta certamente dicendo che quello che aveva attraversato fosse leggero.
Conosciamo almeno in parte la sua storia: persecuzioni, prigionia, percosse, naufragi, fame, pericoli e opposizioni.
Erano sofferenze vere, eppure davanti a quello che lo aspettava riusciva a chiamarle momentanee, perché le stava confrontando non con un periodo migliore della sua vita terrena, ma con l’eternità.
Questo cambia anche il modo in cui i figli di Dio possono guardare ciò che attraversano.
Il dolore rimane dolore, la prova continua a pesare e ci sono momenti nei quali non comprendiamo quello che Dio sta permettendo, ma sappiamo che quello che stiamo vivendo non è eterno.
Le afflizioni hanno un termine, questo corpo ha un termine e questa vita stessa ha un termine, mentre ciò che Dio ha preparato per coloro che gli appartengono non passerà.
Per questo la vita cristiana non può ridursi al tentativo di stare bene quaggiù fino alla fine.
Dio sta preparando i suoi figli per incontrarlo e, mentre camminiamo su questa terra, sta formando in noi qualcosa che appartiene all’eternità.
Nel libro di Amos troviamo una parola molto seria: «Preparati a incontrare il tuo Dio».
È una parola che dovrebbe farci pensare, perché prima o poi ogni uomo dovrà affrontare questa realtà.
Non importa quanti anni abbiamo, quale lavoro facciamo, quanto possediamo o quanti progetti abbiamo ancora davanti: arriverà il momento in cui questa vita terminerà.
Ed è proprio per questo che la questione di Gesù Cristo non può essere rimandata all’infinito.
Molti vivono pensando che ci sarà sempre un altro momento, un’altra occasione o un periodo della vita più adatto per cercare Dio, ma la Bibbia non ci parla continuamente del domani; ci richiama all’oggi:
«Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori».
Dovremmo prendere seriamente quella parola, perché nessuno di noi possiede il domani.
Non possiamo pensare che cercheremo Dio quando avremo sistemato ogni cosa, quando saremo più vecchi, quando avremo raggiunto i nostri obiettivi o quando finalmente avremo meno problemi, perché il tempo nel quale Dio ci chiama a rispondere alla sua voce è quello che abbiamo adesso.
La Scrittura dice che è stabilito che gli uomini muoiano una volta sola e che dopo viene il giudizio.
Per questo non possiamo trattare l’eternità come un argomento da affrontare più avanti, e non possiamo neppure consolarci pensando che tutte le strade alla fine porteranno comunque allo stesso posto.
Gesù disse chiaramente: «Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me».
La Bibbia non ci presenta neppure una seconda possibilità dopo la morte per sistemare ciò che abbiamo rifiutato durante questa vita.
Ci presenta piuttosto l’oggi come il tempo nel quale ascoltare la voce di Dio, ravvederci, credere in Cristo e riconciliarci con Lui.
Alla luce di tutto questo, forse abbiamo bisogno di fermarci ogni tanto e domandarci per che cosa stiamo vivendo, per che cosa ci stiamo consumando e che cosa sta occupando così tanto i nostri pensieri.
Non perché sia sbagliato lavorare, costruire, avere progetti o desiderare qualcosa per il futuro, ma perché tutte queste cose devono ritrovare la loro giusta dimensione davanti all’eternità.
Per i figli di Dio la brevità della vita non dovrebbe produrre soltanto tristezza, ma soprattutto sobrietà e desiderio di essere fedeli.
Finché il Signore ci lascia qui abbiamo ancora tempo per servirlo, amare, ubbidire, portare frutto e compiere quello che ci ha affidato, sapendo che non saremo qui per sempre.
Paolo, arrivato vicino alla fine della sua vita, poté dire di aver combattuto il buon combattimento, di aver finito la corsa e di aver serbato la fede.
Non sappiamo quanto sarà lunga la nostra corsa, non sappiamo quanti anni abbiamo ancora davanti e non sappiamo quali prove incontreremo lungo il cammino, ma possiamo desiderare di arrivare anche noi alla fine avendo serbato la fede.
Siamo stranieri e pellegrini, e questa consapevolezza non ci porta a fuggire dalla vita che Dio ci ha dato, ma a viverla sapendo che ha un termine e che ogni giorno che riceviamo ha un valore.
Continuiamo quindi a vivere, a servire, ad amare le persone che Dio ci ha messo accanto e a compiere quello che ci è stato affidato, senza dimenticare che tutto ciò che oggi vediamo passerà, mentre Cristo rimane.
E mentre gli anni continuano a scorrere e il nostro uomo esteriore lentamente si va disfacendo, possiamo guardare oltre questa breve vita con la certezza che qui non abbiamo una città stabile.
Siamo stati chiamati a camminare fedelmente finché il Signore ci lascia su questa terra, sapendo però che questa non è la nostra destinazione finale.
E quello che ci aspetta non è semplicemente la fine delle fatiche di questa vita.
La Scrittura ci parla di qualcosa che supera quello che oggi possiamo immaginare.
Paolo dice che «le cose che occhio non ha visto e che orecchio non ha udito e che non sono salite in cuore d’uomo, sono quelle che Dio ha preparato per quelli che lo amano».
Ci sono realtà che oggi non sappiamo neppure descrivere fino in fondo, perché tutto quello che conosciamo è ancora legato a questo mondo, ai suoi limiti, al dolore, al tempo e alla morte.
Ma arriverà un giorno nel quale queste cose non ci accompagneranno più.
Apocalisse ci mostra Dio che asciuga ogni lacrima dagli occhi dei suoi figli e dice che non ci sarà più la morte, né cordoglio, né grido, né dolore, perché le cose di prima saranno passate.
Tutto quello che oggi conosciamo come sofferenza avrà avuto un termine: non ci saranno più malattie, non ci saranno più corpi che si consumano, non ci saranno più separazioni, lutti, paure o notti nelle quali chiediamo al Signore quanto ancora dovremo resistere.
Non ci sarà più niente da perdere e nessuno da salutare per l’ultima volta.
E soprattutto saremo con Lui.
Questa è forse la parte più grande di tutto ciò che ci aspetta, perché il cielo non è semplicemente un luogo dove non si soffre più.
La speranza del credente non è soltanto quella di ricevere un corpo nuovo, di non conoscere più la morte o di vivere in una realtà perfetta. La nostra speranza è Cristo stesso.
Giovanni scrive che un giorno «lo vedremo come egli è», e Paolo dice che adesso vediamo come attraverso uno specchio, in modo oscuro, ma allora vedremo faccia a faccia.
Quel Signore che oggi amiamo senza averlo visto, che cerchiamo nella preghiera, che conosciamo attraverso la sua Parola e nel quale abbiamo riposto la nostra fede, un giorno sarà davanti a noi.
Non più per fede, ma faccia a faccia.
Saremo con Colui che ci ha amati, che ci ha salvati, che ci ha sostenuti nei giorni in cui pensavamo di non riuscire più ad andare avanti e che ci ha custoditi lungo tutta la nostra corsa.
E allora comprenderemo anche quanto fossero brevi quelle prove che, mentre le attraversavamo, ci sembravano interminabili.
La gioia non sarà più interrotta dal dolore e la comunione con Dio non sarà più combattuta dalla debolezza di questo corpo.
Non ci sarà più il peccato a sporcare quello che Dio ha fatto, non ci sarà più una mente stanca che lotta per rimanere concentrata sul Signore e non ci saranno più giorni nei quali ci sentiamo lontani da Lui. Saremo finalmente con Lui, e saremo con Lui per sempre.
Forse è proprio questo che rende sopportabile il pensiero che questa vita passi così velocemente.
Per il credente il tempo che passa non ci sta portando verso il nulla, ma verso casa.
Siamo stranieri e pellegrini, stiamo attraversando una terra che non è la nostra dimora definitiva e, mentre continuiamo a servire il Signore e a compiere quello che ci ha affidato, possiamo tenere gli occhi rivolti a ciò che ci aspetta.
Un giorno non ci saranno più lacrime da asciugare, né malattie da combattere, né morte da temere. Ci sarà una gioia che non finirà, ci saranno cose che oggi nessun occhio ha visto e nessun orecchio ha udito, e soprattutto ci sarà Lui.
Lo vedremo faccia a faccia.
E allora saremo finalmente a casa.
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