In questo capitolo vediamo come, finalmente, dopo tanta sofferenza e un lungo periodo di esilio, Dio si manifesta a Mosè.
È affascinante osservare come la Bibbia mostri che, dopo ogni periodo di preparazione, Dio invia i Suoi servi a compiere la Sua opera.
Mosè, un tempo rigettato, è stato scelto, preparato, separato e unto da Dio per un compito importante.
Egli (Mosè) è anche una figura del Figlio di Dio mandato dal Padre: Gesù Cristo, che fu un servitore fedele in tutta la Sua casa, come è scritto in Ebrei 3:5
“Mosè, in verità, fu fedele in tutta la casa di Dio come servitore, per rendere testimonianza delle cose che dovevano essere annunciate.“
Quando Mosè si avvicina per osservare il pruno ardente, ignaro della visione straordinaria davanti a lui, vede un fuoco che brucia senza consumare.
Il fuoco, nella Bibbia, simboleggia purezza, santità, giudizio e purificazione.
Tuttavia, ciò che colpisce profondamente è che, quando Mosè si avvicina, che il Signore lo vide, lo chiamò e lo avvertì di togliersi i calzari, poiché stava calpestando un suolo santo.
Questo passo ci invita a riflettere sulla riverenza che si deve avere nei confronti di Dio quando Lo invochiamo e preghiamo.
Egli è un Padre amorevole che desidera comunione con noi, ma è anche un Re che merita rispetto e timore, perché è Santo.
La Bibbia invita a “alzare le mani senza ira né dispute“ 1 Timoteo 2:8, a non lamentarsi Filippesi 2:14 e a non tentare Dio 1 Corinzi 10:9.
Possiamo persino contristare lo Spirito Santo, come insegna la Scrittura in Efesini 4:30.
Come vedremo più avanti, gli Israeliti impareranno l’ubbidienza nel deserto, affrontando le conseguenze dei loro desideri carnali.
Anche in questi casi comunque, quando non comprendiamo le sofferenze, la mano di Dio ci preserva, guida e permette certe cose per il nostro bene, mentre altre le impedisce.
Il Signore parla a Mosè e si rivela come il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, dicendo di aver visto l’afflizione del popolo d’Israele e di conoscere l’oppressione inflitta dagli Egiziani.
È facile, nei momenti di crisi, essere tentati di pensare che Dio ci abbia abbandonato o che non veda le nostre difficoltà.
Ma questo passo ci ricorda che Dio vede e conosce tutto.
Anche quando gli eventi sembrano andare contro di noi, Dio aveva già cominciato a operare, proprio fin dall’inizio della sofferenza d’Israele, quando Mosè fu risparmiato durante il massacro dei primogeniti.
Egli vede la fine fin dall’inizio, da principio Mosé, Divinamente avvertito persino che il farone avrebbe opposto resitenza.
Dio non ha fretta di compiere la Sua opera, ma agisce con precisione.
Il piano di Dio è sempre perfetto, anche se i tempi possono sembrare lunghi.
Or dunque va’; io ti mando dal faraone perché tu faccia uscire dall’Egitto il mio popolo, i figli d’Israele.
La risposta di Mosè a questa chiamata ci mostra quanto sia difficile, a volte, accettare il compito che Dio ci affida.
Mosè, pieno di dubbi, si domanda: “Chi sono io per andare dal faraone?“
In questo momento, Mosè è nella posizione giusta per servire Dio, perché finalmente riconosce di non poter compiere quest’opera con le sue sole forze.
È passato da essere un uomo che quarant’anni prima pensava di poter liberare il popolo con la propria forza, a qualcuno che ora si sente inadeguato e incapace.
Ma proprio in questa consapevolezza della sua debolezza, Mosè diventa lo strumento perfetto nelle mani di Dio.
È il momento in cui egli comprende che non è nelle sue capacità, che risiede la sua forza.
Dio si era scelto lui, aveva preparato lui, e questa era la chiamata per la sua vita.
La risposta di Dio è chiara e potente: “Io sarò con te.“
Non siamo mai soli quando rispondiamo alla chiamata del Signore.
La nostra forza non è nelle nostre capacità, ma nella presenza di Dio che ci accompagna, Egli cerca uomini e donne disposte a farsi guidare da Lui, disposti ad ubbidire, ad ascoltare.
Dio si rivela a Mosè come “Io sono colui che sono“, un nome che parla della Sua eternità, della Sua fedeltà e della Sua “autosufficienza”.
Vi ricorda qualcosa?
Questo stesso nome, più avanti, verrà proclamato dal nostro Signore Gesù Cristo quando afferma: “Prima che Abramo fosse, Io Sono.“
In questo modo, vediamo l’unità tra il Dio nell’Antico Testamento e Cristo, il Figlio inviato per compiere la salvezza dell’umanità.
Egli è lo stesso Dio, immutabile, che ha liberato Israele dalla schiavitù d’Egitto e che offre oggi la libertà dal peccato e dalla morte.
Dio non solo ci chiama per liberarci, ma per portarci in una terra buona e spaziosa, simbolo della vita abbondante che Egli promette a chi lo segue.
Eppure, questo cammino verso la libertà e la benedizione passa attraverso prove e difficoltà.
Mosè stesso affrontò resistenze, difficoltà e il cuore indurito del faraone, successivamente la ribellione del popolo.
Ma come per Mosè, Dio è fedele nel guidarci nelle difficoltà anche con noi.
La promessa di Dio di introdurre il popolo in un “paese nel quale scorrono il latte e il miele“ non riguarda solo un luogo fisico, ma rappresenta una vita piena di benedizioni spirituali e relazioni profonde con Dio.
In questo senso, la “terra promessa“ diventa simbolo della vita eterna, il dono che Dio ci offre.
Come dice Gesù: “Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi a causa del mio nome, ne riceverà cento volte tanto, ed erediterà la vita eterna.“
Questa vita eterna non è solo una speranza futura, ma una realtà presente per chi cammina con Dio.
È la certezza che Egli è con noi, che la sua presenza ci accompagna e ci guida anche nei deserti della vita.
È l’eredità di chi sceglie di seguire Cristo, di rispondere alla Sua chiamata, nonostante le difficoltà, sapendo che c’è una promessa più grande che ci attende.
Dio chiama, prepara, e invia coloro che ha scelto, non per i loro meriti, ma per la Sua grazia e per il Suo amore eterno.
Come per Mosè, Dio vede la nostra afflizione, ascolta il nostro grido, e ci promette una liberazione.
La nostra risposta, deve essere una di fiducia e di obbedienza.
Anche quando il cammino sembra difficile, anche quando il deserto appare infinito, possiamo essere certi che Dio è con noi, che la Sua chiamata è sostenuta dalla Sua presenza, e che la Sua promessa non verrà mai meno.
Ecco, Dio è Colui che ci chiama e ci conduce, Colui che non ci abbandona mai.
La Sua promessa rimane stabile: “Io sarò con te.“
Sta a noi rispondere con fede e fiducia, sapendo che alla fine del viaggio, al di là del deserto, c’è la terra promessa, una vita abbondante in Cristo e l’eternità in Sua presenza.
Dio vi benedica.
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