Le promesse di Dio e le afflizioni di Giuseppe
Giuseppe era un uomo che faceva tutto bene per onorare Dio, eppure, nonostante la sua fedeltà, si trovava sempre più in basso, passando da una tribolazione all’altra.
Come sapete, aveva ricevuto sogni che preannunciavano la sua grandezza, come quello dei covoni che si inchinavano al suo, o delle stelle che si inchinavano davanti a lui.
Ora, fermatevi un momento e pensate: quale poteva essere lo stato d’animo di Giuseppe?
La Bibbia non ce lo dice in modo esplicito, ma possiamo immaginare che fosse pieno di domande e di perplessità, proprio come accade a noi quando Dio ci promette cose grandi, ma la realtà che viviamo sembra andare nella direzione opposta.
Io stesso, e forse anche voi, a volte ci chiediamo: “Perché, Signore?
Se mi hai promesso benedizioni e vittorie, perché mi ritrovo in queste tribolazioni che sembrano senza via d’uscita?”
Giuseppe era benedetto da Dio, ma oggi alcuni potrebbero dire: “Se davvero fosse benedetto, come mai era in prigione?”
Questo ci fa riflettere su come, anche noi, possiamo essere tentati di giudicare quando vediamo qualcuno in difficoltà, pensando che forse abbia fatto qualcosa di sbagliato.
Ricordate gli amici di giobbe?
Ma non sempre è così, niente di più sbagliato.
Il servizio di Giuseppe anche nella sofferenza
Giuseppe, nonostante le sue afflizioni, continuava a servire.
Quando si trovava in prigione, non si lasciò andare al lamento.
Vediamo un esempio di questo quando si accorse che il coppiere e il panettiere del faraone erano tristi.
Nonostante fosse lui stesso in una condizione difficile, non si chiuse nel suo dolore, ma chiese loro perché fossero così turbati.
A quel punto, loro gli raccontarono i sogni che avevano fatto.
Giuseppe interpretò i sogni, dicendo al coppiere che sarebbe stato reintegrato nel suo ruolo, mentre al panettiere che sarebbe stato condannato a morte.
Ma soffermiamoci su un dettaglio: Giuseppe chiese al coppiere, quando sarebbe stato ristabilito nel suo incarico, di ricordarsi di lui e di menzionarlo al faraone per farlo uscire dal carcere. Tuttavia, il coppiere si dimenticò di Giuseppe.
Era stato dimenticato da colui che aveva consolato e aiutato in un momento di sconforto.
E non solo: era stato dimenticato anche da Potifar, che lo aveva fatto imprigionare ingiustamente, pur sapendo che Giuseppe era un uomo benedetto.
Era stato dimenticato anche dai suoi fratelli, che lo avevano venduto come schiavo.
Il tempo di Dio: Giuseppe non fu dimenticato da Dio
Giuseppe trascorse altri due anni in prigione, ma Dio non si era dimenticato di lui.
Sebbene gli uomini lo avessero dimenticato, Dio lo stava preparando per qualcosa di più grande.
E così, un giorno, il faraone fece due sogni che nessuno riusciva a interpretare.
Fu allora che il coppiere si ricordò di Giuseppe e lo menzionò al faraone.
In un istante, Giuseppe fu chiamato dalla prigione alla presenza del faraone.
Quando il faraone chiese a Giuseppe di interpretare i suoi sogni, Giuseppe, con grande umiltà, disse: “Non sono io, ma sarà Dio che darà al faraone una risposta favorevole.”
Questo ci insegna un’importante lezione: Giuseppe onorava sempre Dio e riconosceva che ogni dono e ogni capacità venivano da Lui.
Non si prese il merito per l’interpretazione dei sogni, ma innalzò Dio davanti al faraone.
L’intelligenza e la saggezza di Giuseppe riconosciute dal faraone
Giuseppe spiegò che i sogni del faraone indicavano sette anni di abbondanza seguiti da sette anni di carestia.
Dopo aver interpretato i sogni, Giuseppe consigliò al faraone di preparare il paese per la carestia, accumulando grano durante gli anni di abbondanza.
Il faraone, impressionato dalla sua saggezza, replicò: “Potremmo forse trovare un uomo pari a questo, in cui sia lo Spirito di Dio?”
Questo è un altro punto importante: il mondo riconosce quando qualcuno ha qualcosa di speciale, e questo accade quando lo Spirito di Dio è in noi.
La saggezza e l’intelligenza di Giuseppe non erano sue, ma venivano da Dio, e il faraone lo riconobbe.
Dalla prigione al secondo del regno
Dio portò Giuseppe dalla prigione alla posizione di secondo nel regno d’Egitto.
Il faraone gli diede potere su tutto il paese, lo vestì di abiti di lino fine e gli mise al dito il suo anello, un segno di grande autorità.
Non solo, gli diede in moglie Asenat, la figlia del sacerdote Potifera.
Giuseppe ebbe due figli, Manasse e Efraim, e i nomi di questi figli riflettono la sua storia: Manasse significa “Dio mi ha fatto dimenticare ogni mio affanno“, ed Efraim significa “Dio mi ha reso fecondo nel paese della mia afflizione“.
Il piano di Dio si realizza nel tempo giusto
Sono passati tredici anni da quando Giuseppe fu venduto dai suoi fratelli a quando comparve davanti al faraone.
Durante questo tempo, Giuseppe passò attraverso prove incredibili: fu venduto come schiavo, imprigionato ingiustamente e dimenticato da chi aveva aiutato.
Eppure, alla fine, Dio realizzò ciò che aveva promesso.
Spesso, anche noi ci troviamo in situazioni che sembrano totalmente opposte a ciò che Dio ci ha promesso, e ci sentiamo perplessi e scoraggiati.
Ma Dio è con noi nelle nostre sofferenze, anche quando non lo comprendiamo.
Noi, in genere, non vediamo la fine fin dal principio, ma Dio sì.
Potremmo sentirci frustrati, proprio come è successo a me in passato, quando non riuscivo a capire il piano di Dio nelle mie prove.
Ma diverse volte ho visto come Dio ha trasformato le prove in trionfi.
Guardando indietro, ho compreso che tutto quel dolore era necessario per arrivare dove Dio mi voleva.
Alla fine di questi tredici anni di sofferenza e di prove, possiamo vedere chiaramente come Dio stava preparando Giuseppe non solo per essere un leader, ma per governare una delle più grandi potenze e civiltà del mondo dell’epoca: l’Egitto.
Questo lungo periodo non fu un caso né una semplice successione di sfortunate coincidenze, ma faceva parte del piano del Signore per formare Giuseppe, affinarne il carattere e prepararlo per la sua missione più grande: preservare non solo gli egiziani dalla carestia, ma anche la sua famiglia, il popolo di Dio.
La fedeltà di Dio nelle nostre vite
Pensate a Giuseppe: se non fosse stato venduto come schiavo, non sarebbe mai andato in Egitto. Se non fosse stato schiavo, non sarebbe mai finito in prigione. Se non fosse stato in prigione, non avrebbe mai incontrato il coppiere, e non sarebbe mai stato presentato al faraone.
In tutte queste circostanze, c’era un piano del Signore per trasformare in trionfo l’opera del maligno.
Confidiamo nella fedeltà di Dio. Anche quando tutto sembra andare contro di noi, Dio è fedele e il Suo piano si realizzerà.
Il nostro compito è quello di rimanere fedeli, anche nelle difficoltà, sapendo che Dio trasformerà le nostre sofferenze in vittoria.
Dio vi benedica.
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