L’apostolo Giacomo a un certo punto fa una domanda molto diretta: “Chi fra voi è savio e intelligente?”
Ed è bello fermarsi un attimo su questo, perché il contesto qui è rivolto ai credenti, al popolo di Dio, a persone che fanno parte della chiesa.
E quando parlo della chiesa non intendo semplicemente un locale o quattro mura, ma tutti coloro che dicono di appartenere a Cristo.
Però questa parola è talmente viva e vera che può parlare e mettere in discussione chiunque la ascolti, perchè è parola di Dio.
E la cosa forte è che questa domanda non è rivolta soltanto agli altri.
È una domanda che oggi la Parola di Dio sta facendo anche a noi: chi fra noi è veramente savio e intelligente?
E credo che davanti a un passo del genere la prima cosa da fare non sia guardare gli altri, ma fare introspezione su noi stessi.
Fermarci un attimo e lasciare che questa parola entri nel nostro cuore. Perché a volte è facile riconoscere certi atteggiamenti negli altri, ma molto più difficile riconoscerli dentro di noi.
Ed è come se Giacomo stesse dicendo: vuoi capire davvero se una persona è savia e intelligente? Non guardare soltanto a come parla. Guarda la sua condotta. Guarda il modo in cui vive.
Guarda il modo in cui tratta gli altri. Guarda cosa produce. Infatti dice: “Mostri con la buona condotta le sue opere fatte con mansuetudine di sapienza”.
Quindi la vera sapienza non si dimostra soltanto con parole belle, discorsi spirituali o versetti citati nel momento giusto.
La vera sapienza si vede da come una persona cammina. Perché se davvero c’è sapienza, allora quella sapienza influenzerà il carattere, la condotta e persino il modo di fare le opere.
E infatti Giacomo dice che quelle opere saranno fatte con mansuetudine di sapienza.
Non con arroganza. Non con il bisogno continuo di avere ragione. Non con quello spirito duro che deve sempre imporsi sugli altri. Ma con mansuetudine.
Poi però Giacomo va ancora più a fondo, perché parla anche di persone che magari fanno opere, parlano di Dio, si muovono nelle cose spirituali, ma nel cuore hanno motivazioni completamente diverse.
E dice: “Ma se nel vostro cuore avete amara gelosia e spirito di contenzione, non vi vantate e non mentite contro la verità”.
Questa è una parola pesante, perché Giacomo non guarda solo quello che uno fa esteriormente. Lui va alla radice. Va a vedere cosa sta accendendo quel cuore.
Perché una persona può anche parlare continuamente di Dio, può persino predicare, insegnare, esporsi davanti agli altri, ma se nel cuore ci sono gelosia, rivalità, spirito di contesa e desiderio di affermarsi sopra qualcuno, allora quella persona sta mentendo contro la verità.
E questa è una cosa che purtroppo può succedere anche oggi in mezzo ai credenti.
Ci possono essere persone che operano con uno spirito di competizione, magari gelose delle opere che Dio fa attraverso altri, gelose di un ministerio, gelose del modo in cui il Signore usa qualcuno.
L’apostolo Paolo parlò persino di persone che predicavano Cristo per contenzione e per gelosia.
Eppure lui disse: “Che importa? Purché Cristo sia predicato”.
Perché Paolo aveva compreso che anche dentro il contesto della fede possono esistere cuori che operano con motivazioni sbagliate.
Paolo, quando dice questa cosa, non lo dice da uno che non capiva quello che stava succedendo.
Lui lo dice mentre stava vivendo una situazione molto pesante.
Paolo era in prigione non era in un momento comodo, non era libero di muoversi come prima, non era nella condizione ideale per difendersi o per spiegare a tutti la sua posizione.
E proprio in quel momento alcuni stavano predicando Cristo, sì, ma non con un cuore puro.
Lo facevano per gelosia, per contenzione, forse anche per aumentare il peso della sua afflizione.
E questa cosa è forte, perché mentre Paolo soffriva per il Vangelo, c’erano persone che invece di gioire per quello che
Dio faceva attraverso di lui, cercavano in qualche modo di mettersi sopra, di competere, di approfittare della sua condizione.
Quindi Paolo non stava parlando di qualcosa di teorico , ma lui stava vivendo sulla propria pelle quello spirito di rivalità che può entrare anche dentro ambienti religiosi.
Persone che parlavano di Cristo, ma con motivazioni sbagliate.
Persone che usavano persino la predicazione come mezzo per affermarsi, per ferire, per creare confronto.
Eppure Paolo non entra nello stesso spirito e non risponde con amarezza.
Non si lascia trascinare dentro quella contesa, lui riesce a guardare oltre la motivazione sbagliata degli uomini e dice:
“Che importa? Purché Cristo sia predicato”.
Questo non significa che Paolo approvasse la gelosia o la contenzione.
No. Significa che il suo cuore era talmente centrato su Cristo che nemmeno l’ingiustizia che stava subendo riusciva a spostarlo dal punto principale.
E qui si vede una maturità enorme.
Perché in quei versi Paolo avrebbe potuto mettere al centro la difesa del proprio nome, avrebbe potuto dire: “Guardate cosa stanno facendo contro di me”.
E Paolo, in altri momenti, quando era necessario per il Vangelo, sapeva anche difendersi.
Ma qui il suo peso più grande non era proteggere la sua immagine personale, ma vedere Cristo annunciato.
E questo si collega molto bene a quello che dice Giacomo.
Perché Giacomo mette in guardia da una sapienza che nasce da gelosia e contenzione.
Paolo invece, vivendo quella realtà sulla propria pelle, mostra cosa significa non lasciarsi governare da quello stesso spirito.
Gli altri predicavano anche per rivalità, ma Paolo non risponde con rivalità.
Gli altri agivano per contenzione, ma Paolo non si fa prendere dalla contenzione.
E questo fa vedere la differenza tra un cuore dominato dalla carne e un cuore che ha imparato a mettere Cristo al centro.
Ma Giacomo mette subito in guardia la chiesa e dice una cosa importantissima:
“Questa non è la sapienza che scende dall’alto”. Cioè non viene da Dio.
Anche se magari viene presentata come qualcosa di spirituale. Anche se viene impacchettata bene.
Anche se all’apparenza sembra zelo.
Giacomo dice chiaramente che quella sapienza non viene dallo Spirito Santo.
E poi usa tre parole molto pesanti: “ma è terrena, animale e diabolica”.
Terrena, perché nasce dalla carne e dagli interessi umani. Animale, perché è guidata dall’istinto carnale e non dallo Spirito di Dio.
Diabolica, perché il nemico usa proprio queste cose per creare divisioni, confusione e distruzione in mezzo ai figli di Dio.
E infatti continua dicendo: “Poiché dove sono gelosia e contenzione, c’è disordine e ogni cattiva azione”. Ed è vero.
Quando un’opera nasce dalla rivalità, dall’orgoglio o dalla gelosia, magari all’inizio può sembrare anche spirituale, ma col tempo i frutti verranno fuori.
Perché la carne può imitare tante cose, ma non può produrre il carattere di Cristo.
Poi però Giacomo mostra il contrasto con la vera sapienza che viene dall’alto, e sinceramente questa parte dovrebbe portarci tutti a esaminare noi stessi.
Dice: “Ma la sapienza che viene dall’alto anzitutto è pura”.
E già questo dice tantissimo. Non dice anzitutto eloquente. Non dice anzitutto carismatica. Non dice anzitutto forte. Dice pura. Perché prima di tutto viene il cuore da cui nasce quell’opera.
Poi dice che è “pacifica”, quindi non vive creando continuamente tensioni, guerre e divisioni inutili.
Dice che è “mite”, e questo significa che non usa la verità come un’arma per distruggere gli altri o per sentirsi superiore.
Dice che è “arrendevole”, cioè una sapienza che sa piegarsi davanti a quello che la Parola insegna, senza cercare di manipolarla per sostenere sé stessi.
Poi dice che è “piena di misericordia”, perché chi ha veramente conosciuto misericordia impara anche ad avere misericordia verso gli altri. E poi aggiunge: “e di buoni frutti”.
E qui c’è qualcosa di molto importante, perché alla fine il vero test della sapienza sono i frutti. Non l’apparenza. Non i discorsi.
Non il modo in cui una persona riesce a presentarsi davanti agli altri. Gesù disse che l’albero si riconosce dal frutto.
Quindi anche la sapienza si riconosce da quello che produce nella vita di una persona.
Se produce superbia, disordine, rivalità e continue contese, allora qualcosa non va.
Ma se produce pace, maturità, equilibrio, misericordia e santità, allora lì si vede una sapienza diversa.
Poi Giacomo dice che questa sapienza è “imparziale”, e questo mi fa pensare anche al modo in cui bisogna usare la Parola.
L’apostolo Paolo scrive a Timoteo di “tagliare rettamente la parola della verità”.
Nella lingua originale il termine usato porta l’idea di tracciare diritto, fare un percorso diritto, senza deviare.
È l’immagine di qualcuno che apre una strada corretta, senza storture.
E questo è importantissimo. Perché chi insegna la Parola non può piegarla ai propri interessi, alle proprie emozioni o alle proprie convenienze.
Deve trattarla con timore. Deve restare fedele a quello che è scritto. Deve maneggiare la verità con sincerità.
E infatti Giacomo conclude dicendo che questa sapienza è “senza ipocrisia”.
Infatti la vera sapienza non ha una faccia davanti alle persone e un’altra nel segreto.
E alla fine conclude così: “Or il frutto della giustizia si semina nella pace per quelli che si adoperano alla pace”.
Ed è bellissimo, perché il frutto della giustizia nasce in un terreno preciso: la pace.
Non il caos o la rivalità continua, non la guerra carnale.
E forse oggi questa parola dovrebbe portarci anche a farci qualche domanda, con sincerità e senza maschere.
Con quale spirito sto servendo?
Quali sentimenti stanno accompagnando le mie opere?
Quando parlo o condivido la Parola, cosa c’è davvero nel mio cuore?
Quale tipo di sapienza sto ascoltando e seguendo?
Perché credo che tutti noi abbiamo bisogno di lasciare che questa parola ci esamini nel profondo.
Non per accusarci. Non per puntarci il dito contro.
Ma perché una sapienza che viene veramente dall’alto produce pace, misericordia, sincerità e buoni frutti.
Spero che questa meditazione possa portarvi edificazione e benedizione. Che Dio vi benedica. 🙏
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