In un precedente momento, abbiamo sottolineato l’importanza dell’umiltà nell’affrontare un’opera a cui siamo chiamati, perché la scelta di Dio ricade spesso su chi riconosce la propria debolezza e confida pienamente in Lui. Gesù stesso ci invita a rinunciare a noi stessi, a prendere la nostra croce e a vivere in ubbidienza.
Guardiamo ora alla storia di Mosè, un uomo che, nonostante le sue fragilità, fu scelto per una missione straordinaria.
Se ricordiamo la prima parte della vita di Mosè, egli cercò di liberare i suoi fratelli in Egitto, uccidendo un egiziano che opprimeva un israelita.
Tuttavia, fu rifiutato dai suoi stessi connazionali.
In Atti 7:25, Stefano ci dice: “Or egli pensava che i suoi fratelli avrebbero capito che Dio li avrebbe salvati per mezzo di lui; ma essi non compresero.”
Questo episodio segnò profondamente Mosè, il quale dovette fuggire nel deserto, lontano dalla sua gente e dalla sua missione.
In questa fuga, possiamo notare un parallelismo simbolico: il faraone rappresenta il nemico delle anime, colui che ostacola la chiamata di Dio.
La vita di Mosè, come quella di molti servitori di Dio, fu segnata da sofferenze e tribolazioni che sembravano contraddire la promessa di Dio.
Tuttavia, con il senno di poi, comprendiamo che Dio utilizza persino il deserto per prepararci.
Non è mai la causa del male, ma lo permette per formare il nostro carattere e affinare la nostra fede.
Pensiamo a come in natura, un uccello insegna ai suoi piccoli a volare. I genitori li osservano attentamente, li spronano, ma non fanno per loro ciò che devono imparare a fare da soli.
Così anche Dio agisce con noi: ci chiama a esercitare fede, ci spinge fuori dalla nostra zona di comfort, ma veglia sempre su di noi.
In Esodo 4, troviamo un Mosè segnato dalle ferite del passato, ma ora Dio lo chiama di nuovo.
Questa volta, Mosè non deve fare affidamento sulle proprie forze, bensì su quelle di Dio. Egli non deve autoproclamarsi, perché sarà Dio stesso a testimoniare della sua chiamata.
Tuttavia, Mosè esita, esprimendo più volte i suoi dubbi: “Essi non mi crederanno e non daranno ascolto alla mia voce”.
Dio allora gli dà un bastone che compirà prodigi e gli insegna come mostrare segni davanti al popolo.
Nonostante ciò, Mosè si lamenta ancora della sua lentezza di parola.
Dio, con pazienza, gli risponde: “Chi ha fatto la bocca dell’uomo? Chi rende muto o sordo o veggente o cieco? Non sono io, il Signore?”.
Nonostante tutto, Mosè si oppone ulteriormente, chiedendo che Dio mandi qualcun altro.
È a questo punto che leggiamo dell’ira del Signore, ma notiamo anche la misericordia: Dio chiama Aaronne come supporto. Mosè, il titubante, viene infine incoraggiato, equipaggiato e mandato.
Ci sono due lezioni fondamentali qui.
La prima è che Dio non sceglie i capaci, ma rende capaci i chiamati.
Mosè si considerava inadeguato, un uomo scartato e senza prospettive.
Ma Dio aveva altri piani. Anche noi, come Mosè, possiamo vivere stagioni di rifiuto, isolamento o apparente fallimento.
Tuttavia, se Dio ci ha chiamati, Egli completerà l’opera che ha iniziato.
La seconda lezione riguarda il pericolo dell’inattività nel servizio.
Ricordiamo l’esempio di Davide: dopo essere diventato re, smise di andare in battaglia.
Questo atteggiamento lo portò a cadere nel peccato, come leggiamo in 2 Samuele 11, quando, rimasto a casa, vide Betsabea e commise adulterio e omicidio.
La pigrizia spirituale è un terreno fertile per il peccato.
Mosè, invece, nonostante le sue resistenze iniziali, alla fine accettò la chiamata e intraprese la missione.
Non fu un cammino privo di ostacoli, ma Dio era con lui, come aveva promesso.
Il deserto, per quanto lungo e doloroso, non è mai la fine della storia.
Se Dio ci ha scelti, Egli ci condurrà al compimento del Suo piano.
È un invito a fidarsi, a non guardare alle nostre limitazioni, ma alla fedeltà di Colui che ci chiama.
Mosè partì con un bastone in mano, e con quel bastone Dio compì prodigi straordinari.
Anche nella nostra vita, ciò che sembra piccolo e insignificante nelle mani di Dio può diventare strumento di benedizione.
Dio vi benedica.
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