Giuseppe Perdona i suoi Fratelli
Giuseppe, tradito e venduto come schiavo dai suoi stessi fratelli, ci offre una delle più straordinarie lezioni di perdono.
Anche se ha sofferto terribilmente a causa del loro tradimento, egli mostra una capacità straordinaria di perdonare e riconciliarsi con loro.
Per quanto possa essere difficile, il perdono è essenziale per la guarigione e la restaurazione delle relazioni.
Fermiamoci un attimo per riflettere su un punto molto importante.
Anche se Giuseppe aveva vissuto una situazione dolorosa, con il senno di poi è riuscito a vedere la mano di Dio in tutto quello che gli era accaduto.
Infatti, più e più volte, Giuseppe dice ai suoi fratelli: “Non siete stati voi, ma Dio ha permesso tutto per fare ciò che era necessario quando sopravvenne la carestia”. Giuseppe riconosce che, anche attraverso le sue sofferenze, Dio aveva un piano più grande.
I fratelli di Giuseppe, però, portavano un grande senso di colpa.
Lo vediamo in diverse occasioni, dove iniziano ad accusarsi tra loro, anche se non sapevano che Giuseppe capisse ciò che stavano dicendo.
Giuseppe, dal canto suo, li mette alla prova.
Quando nasconde la coppa nel sacco di Beniamino, lo fa per vedere se i suoi fratelli sono veramente cambiati, se il loro cuore è stato trasformato.
Giuseppe forse, voleva sapere se avrebbero trattato Beniamino nello stesso modo in cui avevano trattato lui: con disprezzo e indifferenza, pronti a lavarsene le mani per il proprio tornaconto.
Giuseppe orchestrò una serie di eventi per mettere alla prova i suoi fratelli.
Durante il banchetto, ad esempio, diede a Beniamino una porzione maggiore rispetto agli altri, per vedere forse come avrebbero reagito.
Ma l’evento chiave è la coppa nascosta nel sacco di Beniamino: questo era un test sicuramente.
Giuseppe voleva vedere se i suoi fratelli avrebbero sacrificato Beniamino come avevano fatto con lui, o se finalmente si sarebbero pentiti e avrebbero agito in modo diverso.
E la loro reazione dimostrò che erano cambiati.
Giuda, infatti, si offrì come garante per Beniamino, dicendo a Giuseppe che si sarebbe sacrificato al suo posto per non far soffrire ancora il loro padre Giacobbe.
Questo è il momento in cui la confessione scoppia: Giuda parla del dolore di Giacobbe e del suo ruolo come garante per il fratello minore.
Giuda è qui una figura simbolica di Cristo. Così come Giuda si fece garante per Beniamino, sebbene non avesse colpa, allo stesso modo Cristo si è fatto garante per noi.
È un’immagine profetica di ciò che Gesù Cristo, discendente dalla tribù di Giuda, avrebbe fatto per l’umanità, intercedendo per noi, pur non avendo colpa.
Giuseppe, poi, è anche lui una figura di Cristo.
Il Signore Gesù Cristo è stato tradito dai suoi connazionali, non riconosciuto come fratello e ucciso ma,come è scritto in Zaccaria 12:10:
“«Spanderò sulla casa di Davide e sugli abitanti di Gerusalemme lo Spirito di grazia e di supplicazione; essi guarderanno a me, a colui che essi hanno trafitto , e ne faranno cordoglio come si fa cordoglio per un figlio unico, e lo piangeranno amaramente come si piange amaramente un primogenito.”
Quindi Giuseppe si rivela nella sua vera identità.
I suoi fratelli lo riconoscono e lui dice loro qualcosa di molto profondo: “Voi avevate pensato del male contro di me, ma Dio lo ha convertito in bene per conservare in vita un popolo numeroso”. Genesi 50:20
Spesso non comprendiamo le difficoltà che incontriamo lungo il cammino.
Ma come dice la Scrittura in Romani 8:28: “Tutte le cose cooperano al bene per coloro che amano Dio”.
Anche nelle avversità, Dio è all’opera per il nostro bene.
Anche se non vediamo subito la fine del piano di Dio, dobbiamo avere fede che Lui sta preparando ogni cosa per la nostra salvezza.
Il Perdono e la Riconciliazione
Il perdono e la riconciliazione sono fondamentali nella nostra vita.
Il Signore ci chiama sempre a cercare la riconciliazione, se possibile.
Non abbiamo via di scampo: se sappiamo di aver offeso un fratello o se sappiamo che un fratello ha qualcosa contro di noi, abbiamo il dovere di riconciliarci con lui.
Come dice Gesù: “Prima di presentare la tua offerta all’altare, va e riconciliati con tuo fratello”. Matteo 5:24
La radice di amarezza è qualcosa di pericoloso, perché ci blocca spiritualmente e ci impedisce di avere un rapporto sincero con Dio e con gli altri.
Paolo ci avverte chiaramente: “Non permettete che nessuna radice di amarezza cresca tra voi”. Ebrei 12:15
Quando i fratelli di Giuseppe si accusano tra di loro, vediamo il peso del loro senso di colpa.
E Giuseppe, sopraffatto dall’emozione, piange in più occasioni.
Il perdono di Giuseppe non era solo per loro, ma anche per lui stesso.
Solo così poteva trovare la pace e guarire dalle ferite del passato.
Ed è lo stesso per noi: il perdono è essenziale per guarire e vivere una vita piena.
Lo Spirito Santo e il Perdono
Nel mio cammino cristiano, ho visto come lo Spirito Santo agisca nel mio cuore, spingendomi a parlare e cercare riconciliazione quando ci sono situazioni irrisolte.
È sbagliato tenere tutto dentro e ignorare l’offesa dicendo “non fa niente”, mentre in realtà continuiamo a portare quel peso nel cuore.
Il risentimento non risolto dà spazio all’avversario.
Anche se diciamo: “Sì, lo perdono“, ma continuiamo a nutrire amarezza, non possiamo avere un rapporto sincero e fraterno con quella persona.
Dobbiamo parlare apertamente, affrontare i problemi, cercare la riconciliazione.
Questo è ciò che Dio desidera per i Suoi figli.
Il Piano di Dio nelle Prove
Giuseppe come noi sicuramente non capiva immediatamente il piano di Dio.
All’inizio, era solo un giovane nella casa di suo padre, poi è diventato uno schiavo e infine un prigioniero.
Ma alla fine, comprese che tutte le sue sofferenze avevano un fine più grande: conservare in vita un popolo numeroso e preparare la via per la salvezza della sua famiglia.
La Scrittura dice in Deuteronomio 1:33: “Che andava davanti a voi nel cammino per cercarvi un luogo dove potervi accampare: di notte nel fuoco, per mostrarvi la via per la quale dovevate andare, e di giorno nella nuvola.“
Anche nelle nostre vite, Dio va davanti a noi per apparecchiare un luogo, anche se in quel momento non lo vediamo.
Quando ci lamentiamo nelle nostre difficoltà, Dio è paziente con noi, ma ci invita a fidarci di Lui.
Pietro ci esorta in Prima Pietro 1:6-9:
“Perciò voi esultate anche se ora, per breve tempo, è necessario che siate afflitti da svariate prove, affinché la vostra fede, che viene messa alla prova, che è ben piú preziosa dell’oro che perisce, e tuttavia è provato con il fuoco, sia motivo di lode, di gloria e di onore al momento della manifestazione di Gesú Cristo. Benché non l’abbiate visto, voi lo amate; credendo in lui, benché ora non lo vediate, voi esultate di gioia ineffabile e gloriosa, ottenendo il fine della fede: la salvezza delle anime.”
Anche Giovanni Battista ci ricorda che “Cristo deve crescere e noi dobbiamo diminuire” Giovanni 3:30.
Le nostre sofferenze ci portano a quella morte a noi stessi che ci permette di far crescere Cristo dentro di noi.
Paolo affronta il tema della sofferenza, della “nostra morte” e della vita in Cristo in diversi passi, ma uno dei più importanti forse è in 2 Corinzi 4:10-12:
“Portiamo sempre nel nostro corpo la morte di Gesù, affinché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. Infatti, noi che viviamo siamo sempre esposti alla morte per amore di Gesù, affinché anche la vita di Gesù si manifesti nella nostra carne mortale. Di modo che la morte opera in noi, ma la vita in voi.“
Paolo spiega che la sofferenza e la “morte” che sperimentiamo come cristiani hanno lo scopo di far vivere Cristo in noi.
La sofferenza non è fine a sé stessa, ma è un mezzo attraverso cui la vita e la gloria di Cristo possono manifestarsi.
È come una “morte” del nostro ego, del nostro io, per lasciare spazio alla vita di Cristo che si realizza in noi.
Questo concetto è correlato anche al tema del “morire a sé stessi” che Paolo tratta in Galati 2:20:
“Sono stato crocifisso con Cristo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me; e la vita che ora vivo nella carne, la vivo nella fede nel Figlio di Dio, il quale mi ha amato e ha dato sé stesso per me.“
La morte alle nostre vecchie abitudini e peccati è ciò che permette a Cristo di prendere il controllo e di vivere in noi in pienezza.
Quindi, collegando questo alla storia di Giuseppe, possiamo vedere come le sofferenze che Giuseppe ha vissuto simboleggiano quel processo di morte e rinascita:
attraverso le prove e le tribolazioni, egli ha maturato una profonda comprensione del piano di Dio, che alla fine ha portato vita e salvezza per molti.
Anche noi, come Giuseppe, siamo chiamati a morire ai nostri desideri e alle nostre ambizioni personali per lasciare che Cristo viva in noi e ci guidi verso il bene ultimo, anche quando non ne vediamo subito i frutti.
Alla fine, Giuseppe riuscì a vedere la fine delle sue sofferenze, e poté guardare indietro e dire: “Dio ha preparato tutto per il mio bene”.
E così sarà anche per noi, se scegliamo di fidarci di Dio nelle nostre prove.
Concludo qui, ma vi lascio con un invito: riflettiamo su come il perdono e la riconciliazione siano il cuore della nostra fede.
Ci ritroveremo lunedì per continuare queste meditazioni, vedendo come Dio opera nella vita di coloro che Lo amano.
Dio vi benedica.
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