Oltre la croce, la gioia che ci attende

Luca 9:51
Or avvenne che, mentre si stava compiendo il tempo in cui egli doveva essere portato in cielo, egli diresse risolutamente la sua faccia per andare a Gerusalemme.
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C’è un particolare in questo passo della Scrittura sul quale mi sono soffermato a riflettere: Gesù diresse risolutamente il suo sguardo verso Gerusalemme, sapendo bene quale fosse la ragione della sua venuta nel mondo e ciò che avrebbe dovuto affrontare per compiere la volontà del Padre.
Giovanni Battista, vedendolo passare, aveva dichiarato: «Ecco l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo!», indicando Colui che avrebbe offerto sé stesso come sacrificio perfetto, una volta per sempre, per la nostra redenzione.
Leggendo i Vangeli, però, possiamo vedere quanto fosse reale la sofferenza che Gesù si preparava ad affrontare, perché, pur conoscendo perfettamente la volontà del Padre, non era indifferente a ciò che lo attendeva.
Nel Vangelo di Giovanni lo troviamo profondamente turbato e, sapendo che la sua ora si stava avvicinando, si domanda: «Che dirò? Padre, salvami da quest’ora?», riconoscendo subito dopo che proprio per quell’ora era venuto nel mondo e rivolgendo al Padre questa preghiera: «Padre, glorifica il tuo nome!».
Dal cielo giunge allora una voce che dichiara: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora», confermando quanto quella stessa ora fosse legata al compimento della volontà di Dio.
Gesù conosceva il rifiuto che avrebbe incontrato, il tradimento, le umiliazioni e le sofferenze che avrebbe dovuto affrontare fino alla croce, eppure continuava a camminare verso il compimento della missione per la quale era venuto.
Lo vediamo anche nel Getsemani, quando, poco prima del suo arresto, entra in una profonda agonia e porta davanti al Padre tutta l’angoscia di quel momento, chiedendo che, se possibile, quel calice passi oltre, ma sottomettendosi pienamente alla sua volontà.
Gesù, vero uomo e vero Dio, ci mostra quanto fosse concreta la sofferenza che stava vivendo e, nello stesso tempo, quanto fosse profonda la sua ubbidienza al Padre, perché nemmeno davanti alla prospettiva della croce venne meno alla missione che gli era stata affidata.
Questo mi colpisce profondamente e mi porta a considerare con maggiore attenzione quella parola che troviamo nel Vangelo di Luca: risolutamente.
È un’espressione che trasmette fermezza, determinazione e una decisione presa con piena consapevolezza, come quella di qualcuno che ha stabilito quale strada percorrere e che non permette alle difficoltà incontrate lungo il cammino di distoglierlo dalla direzione intrapresa.
Gesù conosceva quello che sarebbe accaduto a Gerusalemme e, proprio con questa consapevolezza, decise di proseguire, guidato dall’ubbidienza alla volontà del Padre e dall’amore che lo aveva condotto a offrire la propria vita.
Pensando a questa determinazione, mi è tornato in mente anche Davide davanti a Golia, un episodio nel quale troviamo un intero esercito intimorito dalle parole di un gigante che avanzava, minacciava, provocava e cercava continuamente di scoraggiare il popolo d’Israele.
Davanti a quell’uomo, molti vedevano un ostacolo insormontabile, qualcosa che sembrava impossibile da affrontare, mentre Davide, riponendo la propria fiducia nell’Eterno, si presentò davanti a quella stessa difficoltà con un atteggiamento completamente diverso.
La Bibbia racconta che, quando il Filisteo si fece avanti per affrontarlo, Davide corse rapidamente verso la linea di battaglia, ed è proprio questo particolare che mi ha fatto riflettere, perché mentre gli altri avevano paura di quel gigante, Davide gli correva incontro.
Egli non disponeva di una forza superiore a quella di Golia e nemmeno di armi migliori, ma aveva riposto la propria sicurezza nell’Eterno, confidando in Colui che aveva già sperimentato come fedele durante la sua vita.
Ripensando a quell’immagine, nella mia mente ritorna Gesù che rivolge risolutamente il suo sguardo verso Gerusalemme, perché, pur trattandosi di due avvenimenti dal significato profondamente diverso, entrambi mi portano a considerare una determinazione che non si lascia governare dalla paura di ciò che si trova davanti.
Davide correva verso la linea di battaglia confidando nell’Eterno, mentre Gesù avanzava verso Gerusalemme sapendo che là avrebbe incontrato la croce e che, attraverso la sua ubbidienza, avrebbe portato a compimento l’opera della redenzione.
Nella lettera agli Ebrei leggiamo che Gesù, per la gioia che gli era posta davanti, sopportò la croce, disprezzando il vituperio, e si sedette alla destra del trono di Dio, mostrando come la sofferenza che avrebbe affrontato fosse legata al compimento di qualcosa che andava ben oltre quel momento.
Anche il profeta Isaia aveva annunciato che il Servo del Signore avrebbe visto il frutto del travaglio della sua anima e ne sarebbe stato soddisfatto, una dichiarazione che ci aiuta a comprendere quanto fosse grande il valore dell’opera che Cristo avrebbe compiuto.
Gesù guardava oltre la sofferenza che lo attendeva, sapendo che attraverso la sua ubbidienza avrebbe portato a compimento la volontà del Padre e che quella croce, agli occhi del mondo apparentemente una sconfitta, sarebbe diventata il luogo in cui avrebbe manifestato il suo amore e riportato una vittoria definitiva sul peccato e sulla morte.
Ed è proprio considerando tutto questo che sento rivolgere a me stesso, prima ancora che agli altri, un invito della Scrittura che dovrebbe accompagnare ogni credente durante il proprio cammino:
«Tenendo gli occhi su Gesù, autore e compitore della nostra fede» (Ebrei 12:2).
Quante volte, durante il nostro cammino cristiano, ci troviamo davanti a situazioni che non comprendiamo, nelle quali i problemi sembrano diventare dei giganti più grandi delle nostre forze e tutto ciò che abbiamo davanti sembra volerci scoraggiare?
Ci sono momenti nei quali preghiamo, cerchiamo il Signore e desideriamo sinceramente fare la sua volontà, ma le circostanze sembrano andare nella direzione opposta rispetto a quella che avevamo immaginato, al punto da farci domandare perché Dio stia permettendo determinate cose.
In quelle situazioni può nascere spontaneamente un interrogativo che forse molti di noi hanno già rivolto al Signore: ho fatto qualcosa che non va, quello che sto vivendo è una conseguenza della mia condotta oppure mi stai correggendo attraverso questa difficoltà?
Dobbiamo riconoscere con umiltà che alcune afflizioni possono essere conseguenze delle nostre scelte, dei nostri comportamenti e persino della nostra disubbidienza, perché può accadere di essere convinti di camminare con Dio mentre, in realtà, ci siamo allontanati dalla sua volontà.
Sarebbe però un errore attribuire ogni sofferenza a un peccato personale, perché la Scrittura ci presenta anche uomini e donne che hanno attraversato prove dolorose pur desiderando sinceramente camminare con il Signore, e la vicenda di Giobbe ci aiuta a comprendere proprio questo aspetto.
La Bibbia presenta Giobbe come un uomo integro, retto, che temeva Dio e fuggiva il male, tanto che il Signore stesso ne riconobbe l’integrità, eppure permise che attraversasse sofferenze terribili che avrebbero messo profondamente alla prova la sua fede.
I suoi tre amici, Elifaz, Bildad e Tsofar, cercarono di spiegare quello che gli stava accadendo e, sebbene nei loro discorsi troviamo anche affermazioni giuste riguardo a Dio, il problema era il modo in cui applicavano quelle verità alla condizione di Giobbe.
Erano convinti che una sofferenza così grande dovesse necessariamente nascondere una colpa altrettanto grande, come se la sua condizione fosse la dimostrazione di una vita vissuta lontano dalla volontà di Dio, senza comprendere realmente quello che stava accadendo.
La vicenda di Giobbe ci insegna quanto sia sbagliato giudicare il rapporto di una persona con Dio osservando soltanto le circostanze che sta attraversando, perché una vita segnata dalle difficoltà non è necessariamente una vita lontana dalla benedizione del Signore.
Ci sono sofferenze che non dipendono da una nostra disubbidienza e prove che Dio permette per ragioni che, almeno inizialmente, non riusciamo a comprendere, mentre noi continuiamo a cercare spiegazioni che spesso non siamo ancora in grado di trovare.
Ci sono anche stagioni nelle quali Dio, come un Padre amorevole, si serve delle difficoltà per ammaestrarci, correggerci e accompagnarci verso una maggiore maturità spirituale, lavorando in aspetti della nostra vita che forse non avevamo mai considerato con sufficiente attenzione.
Questo mi fa pensare alle parole dell’apostolo Pietro, che nella sua prima lettera parla della nostra fede provata attraverso diverse afflizioni, paragonandola all’oro che viene sottoposto al fuoco affinché, attraverso la prova, risulti a lode, onore e gloria alla rivelazione di Gesù Cristo.
Pietro afferma che la prova della nostra fede è molto più preziosa dell’oro che perisce, benché venga provato con il fuoco, e questa immagine mi porta a riflettere sul processo attraverso il quale l’oro viene raffinato e separato dalle sue impurità.
Quando penso a questo processo, mi vengono in mente tutte quelle cose della nostra vita spirituale che spesso riusciamo a riconoscere soltanto quando attraversiamo una difficoltà, perché ci sono atteggiamenti, debolezze, timori, desideri e convinzioni che rimangono nascosti finché tutto procede tranquillamente.
Poi arriva una prova e scopriamo qualcosa di noi stessi che prima non avevamo considerato, magari rendendoci conto di quanto sia fragile la nostra pazienza, di quanto siamo ancora legati alle nostre sicurezze o di quanto facciamo affidamento sulle nostre forze anziché dipendere dal Signore.
È proprio in quelle circostanze che possiamo imparare a conoscerci più profondamente e a riconoscere quanto abbiamo bisogno della grazia di Dio, lasciando che la sua Parola metta in luce tutto ciò che deve essere corretto nella nostra vita.
Il fuoco della prova, nelle mani di Dio, può diventare uno strumento attraverso il quale vengono alla luce le impurità del nostro cuore, affinché possiamo riconoscerle e abbandonarle, mentre il Signore continua a compiere la sua opera in noi.
E questo mi porta a considerare che, mentre siamo concentrati su quanto sia difficile quello che stiamo vivendo e su quanto desidereremmo uscirne immediatamente, Dio può servirsi di quella stessa situazione per lavorare in profondità nella nostra vita.
Nel libro di Giobbe, Elihu pronuncia una frase sulla quale mi sono soffermato, dicendo che Dio libera gli afflitti mediante la loro afflizione e apre i loro orecchi mediante la sventura, parole che mi portano a considerare come il Signore possa servirsi anche di un momento doloroso per insegnarci qualcosa.
A volte, attraverso quello che stiamo vivendo, arriviamo ad ascoltare e comprendere ciò che prima non riuscivamo ad accogliere, perché certe esperienze ci mettono davanti alla nostra fragilità e ci aiutano a riconoscere quanto abbiamo bisogno di dipendere da Dio.
Naturalmente, questo non significa che ogni sofferenza abbia la stessa origine o debba essere interpretata nello stesso modo, ma credo che dovremmo imparare a considerare anche ciò che il Signore potrebbe volerci insegnare attraverso una determinata circostanza.
Mi viene in mente anche la promessa che troviamo nel libro del profeta Isaia, rivolta originariamente al popolo d’Israele, dove Dio parla delle acque, dei fiumi e del fuoco, assicurando la sua presenza in mezzo a essi.
Sono immagini che richiamano situazioni pericolose, momenti nei quali l’uomo si scopre fragile e incapace di controllare ciò che gli accade, eppure, in quella promessa, il Signore assicura al suo popolo che sarà con lui durante l’attraversamento di quelle difficoltà.
Quanto abbiamo bisogno di ricordare che possiamo attraversare una prova senza essere abbandonati da Dio, perché la sua presenza non dipende dalla tranquillità delle circostanze che stiamo vivendo.
Spesso vorremmo che il Signore intervenisse immediatamente, desiderando che quella difficoltà termini, che quella porta si apra e che quella sofferenza scompaia, perché umanamente facciamo fatica ad accettare di dover attraversare qualcosa che ci provoca dolore.
Sappiamo bene che Dio avrebbe il potere di cambiare ogni cosa in un istante, eppure dobbiamo riconoscere che non sempre siamo in grado di comprendere ciò che Egli sta operando nella nostra vita e perché permetta che determinate circostanze continuino.
Nel Vangelo di Giovanni, Gesù disse a Pietro che ciò che stava facendo non lo comprendeva in quel momento, ma lo avrebbe compreso dopo, e sebbene il contesto fosse quello della lavanda dei piedi, durante la quale il Signore stava insegnando ai suoi discepoli una lezione riguardo al servizio e all’umiltà e un Suo ordinamento, quelle parole mi hanno portato a ripensare a diverse esperienze della nostra vita.
Quante volte abbiamo compreso soltanto dopo aver attraversato una difficoltà qualcosa che, mentre la vivevamo, ci sembrava completamente incomprensibile, arrivando a guardare con occhi diversi ciò che inizialmente ci aveva provocato soltanto sofferenza?
Forse prima eravamo impulsivi e abbiamo imparato la pazienza, oppure facevamo affidamento sulle nostre forze e, attraverso quella difficoltà, abbiamo imparato a dipendere maggiormente dal Signore, riconoscendo quanto fosse limitata la nostra capacità di affrontare determinate situazioni.
Magari consideravamo indispensabili alcune cose che, con il tempo, abbiamo riconosciuto come un ostacolo alla nostra crescita spirituale, e soltanto dopo ci siamo resi conto di come Dio si fosse servito di quella stagione per insegnarci qualcosa che prima non riuscivamo a comprendere.
Mentre attraversavamo quella prova, forse tutto ciò che riuscivamo a vedere era la sofferenza del momento, ma guardando indietro abbiamo potuto riconoscere alcuni cambiamenti che il Signore aveva operato nel nostro cuore.
Rimane comunque vero che non sempre riusciremo a comprendere pienamente tutto ciò che ci accade durante questa vita, perché ci saranno domande alle quali non avremo subito una risposta e forse alcune rimarranno senza risposta per molto tempo.
È anche in queste circostanze che siamo chiamati a vivere per fede, continuando a confidare nel Signore anche quando non riusciamo a comprendere la ragione di quello che stiamo attraversando e quando le nostre aspettative sembrano essere state completamente disattese.
L’apostolo Paolo, nella lettera ai Romani, ci ricorda che tutte le cose cooperano al bene di coloro che amano Dio e che sono chiamati secondo il suo proponimento, una promessa che desidero custodire soprattutto quando non riesco a vedere alcun bene nelle circostanze che sto vivendo.
Questo non rende buono tutto ciò che accade e nemmeno ci assicura che ogni dolore terminerà secondo i nostri desideri, ma ci invita a confidare nella fedeltà di Dio, sapendo che il suo proponimento rimane fermo anche quando ciò che ci circonda sembra contraddirlo.
E allora ritorno con la mente a Gesù che si dirige risolutamente verso Gerusalemme, perché in quel suo atteggiamento vedo un insegnamento prezioso per la maturità di ogni credente e, prima di tutto, per il mio stesso cammino con il Signore.
Durante la nostra vita arriva il momento in cui dobbiamo imparare a non lasciarci guidare esclusivamente da quello che proviamo o dalle paure che abbiamo davanti, perché se permettiamo alle circostanze di determinare continuamente le nostre decisioni, rischiamo di perdere di vista ciò che Dio ci ha chiamati a fare.
Dopo aver cercato il Signore, ascoltato la sua Parola e compreso quale sia la strada dell’ubbidienza, dobbiamo trovare il coraggio di percorrerla, riconoscendo tutta la nostra debolezza e senza pretendere di conoscere in anticipo quello che accadrà.
È quella fiducia che ci porta a pregare dicendo: Signore, io non comprendo ogni cosa, ma desidero camminare nella tua volontà e, anche se quello che ho davanti mi spaventa e non conosco tutti i passaggi che dovrò affrontare, voglio continuare a seguirti perché so che posso confidare in Te.
Penso che questo significhi anche andare incontro a quello che, in un certo senso, potremmo chiamare il nostro destino, intendendo con questa parola il cammino di fede nel quale desideriamo seguire il proponimento del Padre e scegliere l’ubbidienza anche quando la strada davanti a noi si presenta difficile.
Non mi riferisco a un futuro cieco e inevitabile, come se la nostra vita fosse governata da una forza impersonale, ma a quella volontà di Dio che siamo chiamati a ricercare attraverso la sua Parola, imparando a camminare con Lui anche quando non comprendiamo tutto quello che ci attende.
A volte quella strada ci porterà ad affrontare situazioni che avremmo preferito evitare, potremo incontrare rinunce, umiliazioni e difficoltà, e ci saranno momenti nei quali dovremo mettere da parte la nostra volontà per scegliere l’ubbidienza, pur sapendo che questa scelta potrebbe comportare delle sofferenze.
Proprio in quelle circostanze desidero ricordare una verità che considero preziosa, perché il Dio che ci chiama a camminare nella sua volontà è anche il Dio che ha risuscitato Gesù Cristo dai morti.
Gesù affrontò il tradimento, le umiliazioni, la flagellazione e infine la croce, fino a essere deposto in una tomba che però non poté trattenerlo, perché il terzo giorno Egli risuscitò, manifestando quella vittoria sulla morte che costituisce il fondamento della nostra speranza.
Attraverso la sua risurrezione abbiamo ricevuto una speranza che va ben oltre le difficoltà che possiamo incontrare durante questa vita, perché sappiamo che la morte non ha avuto l’ultima parola su Cristo e che, mediante Lui, anche noi abbiamo la promessa della vita eterna.
Le prove che attraversiamo non possono essere paragonate alla sua opera redentrice, ma guardando a Cristo possiamo imparare qualcosa anche riguardo al nostro cammino spirituale, soprattutto quando ci troviamo davanti a situazioni nelle quali siamo chiamati a rinunciare a ciò che appartiene alla nostra vecchia natura.
Ci sono momenti nei quali dobbiamo attraversare quella che potremmo definire una morte a noi stessi, lasciando andare il nostro orgoglio, la presunzione di poter fare ogni cosa con le nostre forze e quei comportamenti e desideri che continuano a ostacolare il nostro rapporto con il Signore.
La Scrittura ci esorta proprio a spogliarci dell’uomo vecchio e a rivestirci dell’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità della verità, invitandoci a vivere ogni giorno secondo quella nuova vita che abbiamo ricevuto in Cristo.
Ed è bello pensare che+, mentre impariamo ad abbandonare ciò che appartiene alla nostra vecchia maniera di vivere, la vita nuova che abbiamo ricevuto in Cristo possa manifestarsi sempre di più, attraverso quel rinnovamento spirituale che Dio opera in noi mentre impariamo a camminare con Lui e a lasciarci trasformare dalla sua Parola.
È un cammino nel quale riconosciamo le nostre debolezze e impariamo, giorno dopo giorno, a vivere secondo ciò che abbiamo ricevuto in Cristo, comprendendo quanto sia necessario dipendere continuamente dalla sua grazia.
A volte Dio può servirsi proprio delle prove per liberarci da qualcosa che continua a trattenerci, e può accadere che una situazione che oggi viviamo come una perdita ci porti, con il tempo, a riconoscere quanto eravamo attaccati a qualcosa che ostacolava la nostra crescita.
Magari proprio in quella stagione nella quale ci siamo sentiti più deboli abbiamo imparato quanto sia preziosa la grazia del Signore e quanto abbiamo bisogno di dipendere da Lui, mentre prima eravamo convinti di poter affrontare ogni cosa facendo affidamento sulle nostre capacità.
Quando penso a questo, mi rendo conto che molte volte desideriamo soltanto uscire da una prova, mentre dovremmo anche chiederci che cosa stiamo imparando durante quel cammino e in quale modo possiamo continuare a confidare nel Signore attraverso ciò che stiamo vivendo.
Alla luce di tutto questo, il mio pensiero ritorna ancora a quelle parole della lettera agli Ebrei che ci invitano a tenere gli occhi su Gesù, autore e compitore della nostra fede, perché è proprio verso di Lui che dobbiamo rivolgere il nostro sguardo durante le difficoltà.
Quante volte permettiamo che la nostra attenzione rimanga concentrata soltanto sulla grandezza del gigante che abbiamo davanti, lasciando che la preoccupazione per ciò che potrebbe accadere occupi così tanto spazio nei nostri pensieri da impedirci di considerare ogni altra cosa?
Ci preoccupiamo di quanto sia grande la prova, di quanto durerà e di quante forze ci rimangano per affrontarla, fino al punto che tutto ciò che riusciamo a vedere è quello che ci sta facendo soffrire, mentre la Scrittura ci invita a guardare a Cristo e a continuare il nostro cammino confidando in Lui.
Quando tutto procede come desideriamo, guardare a Gesù può sembrarci semplice, ma durante una prova ci rendiamo conto di quanto abbiamo bisogno di imparare a confidare realmente in Lui, soprattutto quando le circostanze sembrano non cambiare nonostante le nostre preghiere.
Possiamo avere paura, possiamo piangere e possiamo chiedere al Padre di intervenire, perché Gesù stesso ci ha mostrato che possiamo portare davanti a Dio tutta la nostra angoscia, senza vergognarci della debolezza che possiamo sperimentare in determinati momenti.
Quello che desidero imparare, però, è che anche in quelle circostanze il mio cuore continui a cercare la sua volontà, senza lasciare che la paura prenda il posto della fiducia e che la difficoltà che sto attraversando mi faccia dimenticare Colui nel quale ho riposto la mia fede.
E penso a chi oggi sta attraversando una stagione particolarmente difficile, magari dopo aver pregato tanto, aver cercato risposte e aver chiesto ripetutamente al Signore di intervenire, ritrovandosi ancora davanti a quella Gerusalemme verso la quale non vorrebbe camminare.
Forse sei stanco, non riesci a comprendere perché certe cose continuino ad accadere e ti domandi quanto ancora dovrai sopportare prima di vedere un cambiamento, mentre dentro di te desidereresti soltanto che quella prova terminasse e potessi finalmente ritrovare un po’ di serenità.
Io non conosco le ragioni della prova che stai attraversando e non posso dirti quando finirà, ma desidero ricordarti che Gesù conosce la sofferenza, perché Egli stesso ha affrontato l’angoscia, il rifiuto e il dolore, e attraverso di Lui abbiamo la possibilità di accostarci con fiducia al Padre.
Per questo vorrei incoraggiarti a non perdere di vista Colui nel quale hai riposto la tua fede, continuando a cercare il Signore e a lasciarti ammaestrare dalla sua Parola, anche quando non riesci ancora a comprendere ciò che sta accadendo.
E quando avrai compreso quale sia la strada dell’ubbidienza, chiedigli la forza di percorrerla, anche se quello che hai davanti ti spaventa, ricordando che la tua sicurezza non dipende dalla capacità di prevedere ogni difficoltà, ma dalla fedeltà di Colui che ti ha chiamato a seguirlo.
Credo che la maturità della nostra fede si riconosca anche da quanto abbiamo imparato a confidare in Cristo e a seguirlo attraverso le diverse circostanze della vita, perché potremmo aver affrontato molte battaglie e superato tante difficoltà, ma avere ancora bisogno di crescere nella nostra fiducia nel Signore.
Il nostro cammino cristiano è un continuo imparare a dipendere da Lui, riconoscendo che abbiamo bisogno della sua grazia tanto nei momenti di tranquillità quanto in quelli nei quali ci sembra di non avere più le forze per andare avanti.
E mentre rifletto su Gesù come esempio di ubbidienza, desidero ricordare che Egli è prima di tutto il nostro Salvatore, l’autore e il compitore della nostra fede, perché la nostra speranza non è riposta nella forza della nostra determinazione, che può anche venir meno, ma nella sua grazia e nella fedeltà di Colui che ci ha chiamati a seguirlo.
Se oggi davanti a te c’è un gigante, una prova o una strada difficile da percorrere, vorrei lasciarti con questo pensiero: non è necessario conoscere tutto ciò che ti attende per continuare a camminare con Dio, ma è necessario conoscere Colui nel quale hai riposto la tua fiducia.
Gesù rivolse risolutamente il suo sguardo verso Gerusalemme, conoscendo bene quello che lo attendeva e rimanendo fedele alla volontà del Padre, e noi, guardando al suo esempio, siamo chiamati a tenere lo sguardo fisso su di Lui, imparando a camminare nella sua volontà anche quando le circostanze non sono quelle che desideravamo.
Le nostre forze possono venir meno, le risposte possono tardare e ci saranno momenti nei quali faremo fatica a comprendere ciò che il Signore sta permettendo nella nostra vita, ma possiamo continuare a confidare in Lui, ricordando che Colui che ha cominciato in noi un’opera buona è fedele a portarla a compimento.
Dio vi benedica.
