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Quanto può costarci una reazione dettata dall’ira?

Quanto può costarci una reazione dettata dall’ira?
Passo biblico

Nel primo libro di Samuele, al capitolo 25, troviamo un episodio molto particolare della vita di Davide, dal quale possiamo ricevere un grande insegnamento.
Davide non era ancora diventato re d’Israele.
Era un uomo perseguitato da Saul, costretto a fuggire, a nascondersi nei deserti e a cercare rifugio nelle roccaforti per preservare la propria vita.
Eppure, nonostante le difficoltà, aveva continuato a comportarsi con rettitudine.

Durante questo periodo, Davide e i suoi uomini si erano trovati nelle vicinanze dei pastori di un uomo molto ricco, di nome Nabal.
Quest’uomo possedeva tremila pecore e mille capre, e i suoi servi si occupavano di custodire il bestiame.
La Scrittura racconta che Davide e i suoi uomini non avevano arrecato alcun danno a quei pastori.
Al contrario, erano stati una protezione per loro, tanto che uno dei servi di Nabal avrebbe successivamente testimoniato che erano stati come un muro di protezione, di giorno e di notte.

Arrivò però un momento in cui Davide si trovò nel bisogno.
Avendo saputo che Nabal stava facendo tosare le proprie pecore, mandò dieci giovani a salutarlo e a chiedergli, con rispetto, qualcosa da mangiare per sé e per i suoi uomini.
Non pretese una ricompensa, ma gli chiese di concedere ciò che aveva a disposizione, ricordandogli il bene che i suoi uomini avevano fatto ai suoi pastori.
La risposta di Nabal, però, fu molto diversa da quella che Davide si sarebbe aspettato.

Nabal non si limitò a rifiutare la richiesta.
Cominciò a parlare con disprezzo, dicendo:
«Chi è Davide e chi è il figlio di Isai? Oggi sono molti i servi che fuggono dai loro padroni».

Con queste parole Nabal non stava semplicemente dicendo di non voler condividere le proprie provviste.
Stava offendendo Davide, facendo riferimento proprio alla sua condizione di fuggiasco.
Davide era stato costretto ad allontanarsi dalla corte di Saul per sfuggire alla persecuzione, e Nabal parlò di lui come di un servo che aveva abbandonato il proprio padrone.

Pensiamo per un momento a questa situazione.
Davide aveva fatto del bene a quell’uomo, aveva protetto i suoi servi e non aveva cercato di appropriarsi di ciò che gli apparteneva.
Eppure, quando si trovò nel bisogno, ricevette in cambio parole offensive e umilianti.
È interessante anche il significato del nome Nabal, che significa proprio stolto o insensato.
Un nome che, in questa circostanza, descrive bene il suo comportamento.
Nabal parlò senza saggezza, senza considerare il bene ricevuto e senza comprendere la gravità delle proprie parole.

Questo episodio ci insegna anche quanto sia importante fare attenzione a ciò che diciamo degli altri.
Una parola pronunciata senza riflettere, un giudizio espresso senza conoscere i fatti o le circostanze che una persona sta attraversando, possono ferire profondamente e diventare persino occasione di peccato per chi li riceve.
Nabal probabilmente non immaginava che le sue parole avrebbero provocato una reazione tanto grave in Davide.
Questo naturalmente non giustifica la reazione di Davide, perché ciascuno è responsabile delle proprie azioni.
Ma ci ricorda che anche chi parla ha una grande responsabilità davanti a Dio.
Non possiamo conoscere sempre ciò che una persona sta vivendo, le difficoltà che sta affrontando o quello che Dio sta compiendo nella sua vita.
Per questo dovremmo essere prudenti prima di esprimere giudizi, perché una parola detta con leggerezza può avere conseguenze molto più grandi di quanto immaginiamo.

La Bibbia ci insegna:
«La risposta dolce calma la collera, ma la parola pungente eccita l’ira».
Proverbi 15:1

Ed è proprio ciò che accadde.
Quando gli uomini tornarono da Davide e gli riferirono quanto Nabal aveva detto, Davide si adirò profondamente.
La sua reazione fu terribile.
Ordinò ai suoi uomini di cingersi le spade e si mise in cammino con quattrocento di loro, deciso a vendicarsi e a non lasciare in vita alcun maschio appartenente alla casa di Nabal.

Ed è qui che questo racconto diventa particolarmente significativo.
Davide era lo stesso uomo che, poco tempo prima, aveva avuto l’occasione di uccidere Saul nella caverna, ma si era rifiutato di farlo.
Aveva riconosciuto che non spettava a lui alzare la mano contro l’unto dell’Eterno.
Eppure, davanti alle parole offensive di Nabal, quello stesso Davide stava per commettere un errore gravissimo.

Questo ci fa comprendere quanto sia importante vigilare sul nostro cuore.
Possiamo aver affrontato prove molto difficili, aver dimostrato pazienza in circostanze dolorose e aver persino sopportato grandi ingiustizie.
Ma questo non significa che non possiamo perdere il controllo davanti a una nuova provocazione.
A volte una parola pronunciata senza riflettere può ferire profondamente, soprattutto quando tocca una situazione che stiamo già vivendo con grande difficoltà.
Davide era perseguitato, lontano dalla propria casa, costretto a vivere come un fuggiasco.
E proprio quella condizione era diventata oggetto del disprezzo di Nabal.

Tuttavia, mentre Davide si dirigeva verso la casa di quell’uomo, Dio stava preparando qualcosa che avrebbe impedito una tragedia.
Uno dei servi raccontò ad Abigail, moglie di Nabal, ciò che era accaduto.
La Bibbia descrive Abigail come una donna di buon senno.
Appena seppe della situazione, comprese il pericolo e si affrettò a preparare delle provviste da portare a Davide e ai suoi uomini.
Ma la cosa più importante non furono soltanto i doni che portò.
Furono le parole che pronunciò.

Quando Abigail incontrò Davide, scese dal suo asino e si prostrò davanti a lui.
Non cercò di giustificare la stoltezza di suo marito.
Riconobbe il suo comportamento insensato e, con grande umiltà, intercedette affinché Davide rinunciasse alla vendetta.
Abigail sapeva che Dio aveva fatto delle promesse a Davide.
Sapeva che l’Eterno lo avrebbe stabilito come capo sopra Israele.
E proprio per questo gli ricordò qualcosa di molto più importante dell’offesa che aveva ricevuto.

Gli ricordò ciò che Dio stava preparando per la sua vita.
Gli disse che l’Eterno avrebbe custodito la sua vita e che, anche se qualcuno si fosse levato per perseguitarlo, la sua anima sarebbe stata custodita nello scrigno della vita presso il Signore.
Poi gli fece comprendere che, quando Dio avrebbe adempiuto le Sue promesse, Davide non avrebbe dovuto portare nel cuore il rimorso di aver sparso sangue innocente e di essersi fatto giustizia da solo.

Che parole sagge!
Abigail non negò l’offesa ricevuta da Davide.
Non disse che Nabal si fosse comportato bene.
Ma aiutò Davide a guardare oltre quella provocazione, ricordandogli la sua responsabilità davanti a Dio.
Davide aveva ricevuto una promessa dall’Eterno, ma stava per compromettere la propria condotta per una parola pronunciata da un uomo stolto.
E quella donna, con umiltà e discernimento, gli ricordò che non aveva bisogno di vendicarsi per vedere adempiute le promesse di Dio.

La reazione di Davide fu meravigliosa.
Anziché respingere Abigail, ascoltò le sue parole e riconobbe la mano dell’Eterno in quell’incontro.
Benedisse Dio per averla mandata e ringraziò Abigail per avergli impedito di spargere sangue e di farsi giustizia con le proprie mani.
Davide comprese che Dio lo aveva preservato da un grave peccato.

E questo è forse uno degli insegnamenti più belli di tutta la vicenda.
A volte pensiamo alla protezione di Dio soltanto quando veniamo liberati da qualcuno che vuole farci del male.
Ma in questa storia Dio protesse Davide anche da se stesso, impedendogli di commettere qualcosa di cui avrebbe potuto pentirsi per tutta la vita.
Non sempre il pericolo più grande si trova in ciò che gli altri potrebbero farci.
Qualche volta si trova nella reazione che potremmo avere davanti a ciò che ci viene fatto.

Ed è proprio in quei momenti che abbiamo bisogno di ascoltare la voce del Signore.
Abbiamo bisogno di un cuore disposto a ricevere una correzione, anche quando siamo convinti di avere tutte le ragioni per essere arrabbiati.
Davide avrebbe potuto rifiutarsi di ascoltare Abigail.
Avrebbe potuto considerare le sue parole un ostacolo alla propria decisione.
Invece si fermò.
E fermandosi riconobbe che Dio gli stava facendo del bene attraverso quella donna.

Quanto sarebbe importante imparare a riconoscere anche noi quelle parole sagge che il Signore, attraverso la Sua Parola o attraverso persone guidate da Lui, può usare per preservarci da decisioni sbagliate.
L’apostolo Pietro ci esorta a non rendere male per male, né oltraggio per oltraggio, ma al contrario a benedire.
E Gesù ci insegna ad amare i nostri nemici e a pregare per coloro che ci maltrattano.

Umanamente non è sempre facile.
Quando qualcuno ci ferisce ingiustamente, soprattutto quando giudica senza conoscere la nostra storia, le nostre intenzioni o quello che stiamo attraversando, può nascere il desiderio di difenderci e di restituire la stessa offesa.
Ma alla scuola del Maestro impariamo qualcosa di diverso.
Impariamo che avere ragione non ci autorizza a comportarci nel modo sbagliato.
Impariamo che la pazienza non è debolezza e che rinunciare alla vendetta non significa approvare il male ricevuto.
Significa lasciare a Dio ciò che appartiene a Lui.

La Scrittura racconta che, dopo circa dieci giorni, l’Eterno colpì Nabal ed egli morì.
Non desidero soffermarmi sul giudizio che colpì quest’uomo, ma su una verità che emerge chiaramente dal racconto.
Davide non ebbe bisogno di farsi giustizia da solo.
Dio gli aveva impedito di commettere un peccato e si era occupato personalmente della vicenda.

Il Salmo 105 ci ricorda che Dio ha cura di coloro che Gli appartengono, quando dichiara:
«Non toccate i miei unti e non fate alcun male ai miei profeti».
Non sono parole da usare per minacciare chi ci ha offeso o per considerarci superiori agli altri.
Devono piuttosto ricordarci che Dio conosce la vita dei Suoi servi e che non abbiamo bisogno di sostituirci a Lui per difendere la nostra causa.

A volte somigliamo a quei bambini che litigano davanti al proprio Padre.
Uno provoca, l’altro reagisce, ed entrambi rischiano di comportarsi in maniera sbagliata.
Un padre amorevole non considera giusta una reazione soltanto perché è stata provocata da un’offesa.
Può intervenire per correggere chi ha sbagliato, ma anche per impedire all’altro di commettere un errore.
Questo ci aiuta a comprendere perché, come figli di Dio, non dovremmo concentrarci soltanto sul male che riceviamo, ma anche sul modo in cui rispondiamo.

È significativo che, nel capitolo successivo, Davide si trovò nuovamente nella condizione di poter togliere la vita a Saul.
Ancora una volta scelse di risparmiarlo.
La vita di Davide ci mostra un uomo che, pur avendo ricevuto grandi promesse, aveva ancora bisogno di imparare, essere corretto e crescere nell’ubbidienza al Signore.

Ed è così anche nel nostro cammino di fede.
Non diventiamo pazienti in un solo giorno.
Non impariamo a dominare ogni reazione semplicemente perché conosciamo ciò che insegna la Scrittura.
Abbiamo bisogno di mettere in pratica la Parola, soprattutto quando le circostanze mettono alla prova il nostro carattere.

L’apostolo Paolo scrive:
«Se dunque il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere; perché, facendo questo, radunerai dei carboni accesi sul suo capo».
Romani 12:20

Queste parole non ci invitano a fare del bene nella speranza che il nostro nemico venga punito.
Ci insegnano a non permettere che il male ricevuto determini il nostro comportamento.
Non sappiamo sempre cosa ci sia dietro le parole di chi ci offende.
Non possiamo conoscere pienamente il cuore degli altri, così come gli altri non conoscono sempre il nostro.

Nabal parlò di Davide con disprezzo, senza tenere conto della sua storia, del bene che aveva fatto e delle promesse che Dio gli aveva rivolto.
Abigail, invece, seppe guardare quella situazione con saggezza e ricordò a Davide ciò che veramente contava.
Ecco perché dobbiamo essere prudenti sia nel parlare degli altri sia nel reagire quando qualcuno parla di noi.
Possiamo ferire profondamente con parole pronunciate senza timore di Dio.
Ma possiamo anche impedire che un’offesa produca altro male, scegliendo di non rispondere con la stessa durezza.

Davide quel giorno non vinse una battaglia con la spada.
La sua vittoria fu accettare una parola saggia, riconoscere il proprio errore e rinunciare a una vendetta che aveva già deciso di compiere.
Forse è proprio questo ciò che dobbiamo imparare più di ogni altra cosa.
Non tutte le battaglie che possiamo combattere sono battaglie che Dio ci chiede di affrontare.

A volte l’ubbidienza consiste nel fermarsi, ascoltare la Sua voce e rinunciare a fare ciò che la nostra ira vorrebbe.
Perché ciò che altri hanno fatto contro di noi non deve diventare una ragione per venir meno alla nostra fedeltà al Signore.
E se qualcuno ci ha ferito, giudicato o trattato ingiustamente, possiamo scegliere di pregare per lui, continuare a fare il bene e affidare a Dio la nostra causa.

Una delle più grandi liberazioni che Dio possa concederci è preservarci dal male che noi stessi stavamo per commettere.

Dio vi benedica.

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