
Un dottore della legge si avvicinò a Gesù e gli rivolse una domanda riguardo alla vita eterna.
Gesù lo portò a riflettere sulla Legge, e l’uomo rispose correttamente: amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la forza e con tutta la mente, e amare il prossimo come sé stesso.
A quel punto Gesù gli disse: «Fa’ questo e vivrai».
La conversazione poteva concludersi lì, ma la Scrittura aggiunge un particolare importante.
Quell’uomo, volendosi giustificare, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?».
È da quella domanda che nasce la parabola del buon samaritano.Gesù racconta di un uomo che scendeva da Gerusalemme a Gerico.
Durante il viaggio cadde nelle mani dei briganti, i quali lo spogliarono, lo percossero e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto lungo la strada.
Poi Gesù dice una frase che colpisce profondamente: «Per caso un sacerdote scendeva per quella stessa via».
Lo vide, ma passò oltre dal lato opposto. Subito dopo passò anche un levita.
Lo guardò, vide la stessa scena, vide lo stesso uomo ferito, vide lo stesso bisogno; eppure anch’egli passò oltre.
Il sacerdote era colui che svolgeva il servizio sacro nel tempio, offrendo i sacrifici e adempiendo ai compiti sacerdotali stabiliti dalla Legge.
Il levita apparteneva alla tribù di Levi ed era dedicato al servizio della casa di Dio, assistendo nelle attività del tempio e nelle varie funzioni legate al culto.
Erano uomini che conoscevano la Legge.
Erano uomini che servivano Dio e che avevano familiarità con le cose sacre; eppure passarono oltre.
Secondo la Legge, il contatto con un corpo morto rendeva una persona impura dal punto di vista rituale; forse questo poteva essere uno dei loro timori.
Ma ciò che colpisce è che non si avvicinarono nemmeno per accertarsi se quell’uomo fosse ancora vivo.
Lo videro da lontano, videro il bisogno, videro la sofferenza, ma scelsero comunque di passare oltre.
La Scrittura non ci dice cosa stessero pensando, né ci racconta le loro motivazioni.
Non sappiamo se avessero fretta, se fossero impegnati, se avessero paura o se ritenessero più importante raggiungere la loro destinazione.
Rimane soltanto un fatto: videro quell’uomo e continuarono il loro cammino.Poi passò un samaritano. Per gli ebrei, i samaritani erano considerati stranieri e disprezzati.
Nessuno si sarebbe aspettato che proprio lui diventasse il protagonista della parabola; eppure Gesù racconta che, quando lo vide, ne ebbe compassione.
Si avvicinò a lui, fasciò le sue ferite versandovi olio e vino, lo caricò sulla propria cavalcatura, lo condusse in una locanda e si prese cura di lui.
Il vino serviva a pulire e disinfettare le ferite, mentre l’olio aiutava a lenire, ammorbidire e proteggere la parte ferita.
Questo particolare ci insegna qualcosa di profondo: prendersi cura di una ferita non significa sempre fare qualcosa che, sul momento, è piacevole.
Ci sono cure che bruciano, che fanno male, che danno fastidio; eppure, proprio mentre bruciano, stanno lavorando per guarire.
Mi viene in mente un esempio che ho ascoltato dal pastore della mia comunità.
Raccontava che, quando era piccolo e cadeva facendosi male, suo padre gli metteva il limone sulla ferita.
Lui sentiva bruciare e diceva: «Ahi!».
E suo padre gli rispondeva: «È perché ti fa bene, sta facendo effetto».
Quella ferita bruciava, ma non perché il padre volesse fargli male; bruciava perché stava disinfettando, perché stava aiutando la guarigione.
Così accade anche nella nostra vita: ci sono momenti in cui Dio tocca le nostre ferite, mette mano in punti delicati, porta alla luce ciò che fa male, corregge, consola, rialza e guarisce.
Sul momento può bruciare, può non essere facile, ma se è Dio a curare, anche quel bruciore può diventare parte della guarigione.
Il giorno seguente tirò fuori due denari, li diede all’albergatore e disse: «Prenditi cura di lui e tutto ciò che spenderai in più te lo rimborserò al mio ritorno».
Quell’uomo non diede soltanto un’occhiata, non pronunciò una parola di circostanza.Non si limitò a provare un sentimento di compassione, ma interruppe il suo viaggio, dedicò il suo tempo, impiegò le sue forze, mise a disposizione ciò che possedeva e si fece carico del bisogno di una persona che non conosceva.
Quando leggo questa parabola, penso che quella strada assomigli molto al cammino che ciascuno di noi percorre ogni giorno.
Ognuno ha le proprie responsabilità, il proprio lavoro, i propri programmi, i propri impegni e i propri obiettivi.
Tutti stiamo andando da qualche parte e abbiamo qualcosa da fare.
Eppure, proprio lungo quella strada, possono apparire persone ferite.
Non sempre ferite nel corpo; spesso ferite nell’anima.
Persone scoraggiate, persone sole, persone che stanno combattendo battaglie che nessuno vede, o che hanno bisogno di una parola, di un aiuto concreto, di ascolto, di attenzione, di qualcuno che si fermi accanto a loro.
Il rischio è quello di vedere e continuare a camminare. Non perché siamo persone malvagie.Molte volte siamo semplicemente occupati, presi dai nostri impegni, dalle nostre responsabilità, dai nostri programmi e persino dal nostro servizio per Dio, convinti che ci sarà un altro momento, un’altra occasione, qualcun altro che se ne occuperà. Intanto passiamo oltre.
Quello che colpisce è che il sacerdote e il levita non furono ricordati per qualcosa che fecero contro quell’uomo, ma per ciò che non fecero.
Lo videro e passarono oltre; il samaritano, invece, si fermò.
Forse non aveva più tempo degli altri.
Forse aveva i suoi impegni, i suoi programmi e la sua destinazione da raggiungere.
La differenza fu che decise di non ignorare quel bisogno.
Scelse di fermarsi quando sarebbe stato più semplice continuare il viaggio.A questo punto emerge qualcosa che spesso sfugge. Quell’uomo aveva chiesto a Gesù: «Chi è il mio prossimo?».
In fondo stava cercando una definizione, stava cercando di capire fino a dove arrivasse il suo dovere; voleva sapere chi rientrasse nella categoria delle persone da amare.
Gesù però non gli risponde con una definizione, non gli dà un elenco e non stabilisce dei confini; alla fine della parabola cambia completamente prospettiva e gli domanda quale dei tre si fosse comportato da prossimo verso colui che era caduto nelle mani dei briganti.
È come se il Signore stesse dicendo: non preoccuparti di stabilire chi sia il tuo prossimo; preoccupati piuttosto di diventare tu il prossimo di qualcuno.
Molte volte siamo concentrati nel capire chi meriti il nostro aiuto, la nostra attenzione o il nostro tempo; il Signore, invece, porta lo sguardo in una direzione diversa.
Non ci chiede di classificare le persone che incontriamo lungo la strada, non ci chiede di decidere chi sia degno della nostra compassione; ci mette davanti a una scelta personale.
Quando vediamo un bisogno, quando incontriamo una persona ferita dalla vita, quando qualcuno cade e non riesce più a rialzarsi, la domanda non è:
«È il mio prossimo?». La domanda è: «Sarò io il prossimo per lui?».
Durante il cammino della nostra vita incontreremo molte persone: alcune resteranno accanto a noi per anni, altre soltanto per pochi istanti; alcune nasconderanno ferite che nessuno vede, altre avranno bisogno di aiuto proprio nel momento in cui le incontreremo.
In quei momenti non saremo chiamati semplicemente a vedere; saremo chiamati a fermarci.
Spero che questa meditazione possa portarvi edificazione e benedizione. Che Dio vi benedica. 🙏
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