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«Perché mi chiamate: “Signore, Signore!” e non fate quello che dico?
Chiunque viene a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica, io vi mostrerò a chi assomiglia.
Assomiglia a un uomo il quale, costruendo una casa, ha scavato e scavato profondamente, e ha posto il fondamento sulla roccia; e, venuta un’alluvione, la fiumana ha investito quella casa e non ha potuto smuoverla perché era stata costruita bene.
Ma chi ha udito e non ha messo in pratica, assomiglia a un uomo che ha costruito una casa sul terreno, senza fondamenta; la fiumana l’ha investita, e subito è crollata; e la rovina di quella casa è stata grande».‘
📖 Vangelo secondo Luca 6:46-49

Il passo da cui vogliamo partire è quello di Luca 6, dove Gesù parla della casa fondata sulla roccia.
Questo insegnamento non nasce isolato, ma è la conclusione di un discorso più ampio, nel quale il Signore prepara il cuore di chi ascolta.
Prima di arrivare a dire: “vi mostrerò a chi è simile l’uomo che viene a me, ascolta le mie parole e le mette in pratica”, Gesù pone una domanda profonda:
“Perché mi chiamate: Signore, Signore, e non fate quello che dico?”
Questa domanda arriva dopo una serie di insegnamenti molto concreti.
Il Signore parla di amare i nemici, di fare del bene a chi non ricambia, di benedire chi maledice, di pregare per chi maltratta.
Parla di dare senza aspettarsi indietro, di non giudicare, di perdonare.
Tutto questo non è semplicemente un insieme di comandamenti morali, ma è la rivelazione di cosa significa vivere come figli dell’Altissimo, riflettendo il carattere di Dio.
E qui Gesù stabilisce un principio fondamentale: non basta ascoltare, è necessario ubbidire.
Infatti Gesù presenta due categorie di persone.
Entrambi ascoltano la Parola, entrambi sono esposti allo stesso insegnamento, ma la differenza non è nell’ascolto, bensì nella risposta.
C’è chi ascolta e non mette in pratica, e c’è chi ascolta e mette in pratica.
E questo ci fa comprendere che esistono anche due modi di ascoltare:
un ascolto superficiale, che si ferma all’emozione o al momento, e un ascolto profondo, che accoglie la Parola, la custodisce e la traduce in ubbidienza.
E questa differenza non si vede subito, ma si manifesta nel tempo e nelle situazioni della vita.
Le tempeste rappresentano tutte le avversità: prove, difficoltà, pressioni, momenti di crisi. Ma non solo.
Anche nella quotidianità, nel modo in cui parliamo, reagiamo, trattiamo gli altri, si rivela ciò che c’è dentro.
Ed è proprio in questo contesto che Gesù parla dell’albero e del frutto.
Dice che non c’è albero buono che faccia frutti cattivi, né albero cattivo che faccia frutti buoni.
Ogni albero si riconosce dal suo frutto.
Subito dopo aggiunge: “l’uomo buono, dal buon tesoro del suo cuore, trae fuori il bene; e l’uomo malvagio, dal malvagio tesoro trae fuori il male”.
Qui il collegamento è chiaro: nel cuore c’è un tesoro, quel tesoro determina ciò che viene fuori, e ciò che viene fuori si manifesta nella vita.
E quando si vede? Nelle tempeste, ma anche nella vita di ogni giorno.
Quando siamo messi sotto pressione, ma anche nelle piccole reazioni quotidiane, viene fuori ciò che è dentro. E ciò che esce rivela il tesoro.
Per questo la Scrittura dice: “Ho conservato la tua parola nel mio cuore per non peccare contro di te”.
Perché ciò che viene custodito nel cuore diventa ciò che viene fuori nella vita.
E qui comprendiamo anche i frutti dello Spirito e quelli della carne.
I frutti non si costruiscono artificialmente: vengono fuori.
Se camminiamo per lo Spirito, verranno fuori amore, pace, pazienza, mansuetudine; se invece si dà spazio alla carne, verranno fuori ira, divisioni, invidia, durezza.
Per questo il punto non è semplicemente ciò che si vede all’esterno, ma ciò che sta crescendo dentro.
Ed è qui che entra una verità fondamentale: è una scelta.
Non possiamo, da noi stessi, sforzarci di produrre il frutto. Il frutto verrà fuori in maniera naturale, sia quello dello Spirito sia quello della carne.
Dipende da ciò che stiamo lasciando operare dentro di noi e da come scegliamo di costruire la nostra casa.
Ma possiamo scegliere cosa accogliere, cosa custodire, a chi dare spazio. Possiamo scegliere se ubbidire o resistere alla Parola.
Ed è proprio qui che ritorna la domanda di Gesù: “Perché mi chiamate Signore, Signore, e non fate quello che dico?”
Questa è la prima forma di disubbidienza: ascoltare, ma non mettere in pratica.
Ma ce n’è anche un’altra, più sottile.
In Luca capitolo 4 vediamo Gesù nella sinagoga. La Scrittura dice che si recò a Nazaret, dove era stato allevato, ed entrò, com’era solito, di sabato, nella sinagoga. Si alzò per leggere e gli fu dato il rotolo del profeta Isaia. Aperto il rotolo, trovò quel passo dove era scritto:
“Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha unto per evangelizzare i poveri; mi ha mandato ad annunciare la liberazione ai prigionieri e il recupero della vista ai ciechi; a rimettere in libertà gli oppressi; a proclamare l’anno accettevole del Signore.”
Poi, chiuso il rotolo e restituitolo all’inserviente, si mise a sedere; e gli occhi di tutti nella sinagoga erano fissi su di lui. Ed egli cominciò a dire:
“Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi udite.”
La reazione iniziale è positiva: la Scrittura dice che tutti gli rendevano testimonianza e si meravigliavano delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca.
C’era stupore, c’era apertura, c’era piacere nell’ascoltare.
Ma Gesù non si ferma lì. Va più in profondità e dice:
“Certamente voi mi citerete questo proverbio: ‘Medico, cura te stesso’; fa’ anche qui nella tua patria le cose che abbiamo udito essere avvenute a Capernaum.”
Poi aggiunge: “In verità vi dico che nessun profeta è ben accetto nella sua patria.
Anzi, vi dico in verità: c’erano molte vedove in Israele ai giorni di Elia… eppure Elia non fu mandato a nessuna di esse, ma a una vedova a Sarepta di Sidone.
Al tempo del profeta Eliseo c’erano molti lebbrosi in Israele; eppure nessuno di loro fu purificato, ma solo Naaman, il Siro.”
A questo punto la situazione cambia completamente.
La Scrittura dice che, udendo queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni d’ira; si alzarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù.
Questo contrasto è fortissimo.
Prima si meravigliavano… poi si riempiono d’ira.
Prima accoglievano… poi rifiutano.
Accolgono la Parola quando è dolce, quando consola, quando incoraggia.
Ma quando la Parola scende in profondità, quando smette di essere solo grazia percepita e diventa verità che corregge, che mette in luce il cuore, che chiama al cambiamento… allora nasce resistenza.
E questo ci mostra qualcosa di molto serio: si può accettare la Parola finché è piacevole, ma rifiutarla quando richiede un cambiamento.
E questa è la seconda forma di disubbidienza: accogliere la Parola quando è dolce, ma non accettarla quando chiama al ravvedimento.
Perché alla fine, ciò che esce dalla nostra vita rivela ciò che abbiamo custodito.
Ed è per questo che Gesù conclude con la parabola della casa. Due uomini costruiscono. All’apparenza non c’è differenza: entrambi ascoltano, entrambi costruiscono. Ma la differenza non è visibile finché non arriva la tempesta.
E quando arriva, si vede il fondamento.
Perché nei momenti difficili non emerge ciò che abbiamo semplicemente ascoltato, ma ciò che è diventato parte di noi.
Se la Parola è stata custodita nel cuore, allora la casa rimane. Se invece è rimasta solo a livello di ascolto, la casa cade.
E proprio per questo Gesù invita: “Imparate da me, perché io sono mansueto e umile di cuore… perché il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero.”
Ciò che può sembrare difficile ( perdonare, amare, rinunciare a reagire secondo la carne ) diventa possibile quando non siamo più guidati da noi stessi, ma da Lui.
Per questo, l’invito è chiaro: fondare la propria casa sulla roccia. Non solo ascoltare, non solo apprezzare, ma custodire, vivere, ubbidire.
Perché chi costruisce su Cristo costruisce su un fondamento che non crolla. 🙏
Spero che questa meditazione possa portarvi edificazione e benedizione, che Dio vi benedica.
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ridammi tutto il formato codice e fai intendere alla fine che la meditazione nn è intenta a far nascere il pensiero o il desiderio che Dio faccia vendetta. ma che Dio è il nostro protettore e liberatore e noi nn dobbiamo avere problemi di rancore e. di risentimento infatti davide pianse la morte di saul non fu felice per la morte del suo persecutore.
Scritto da: Abramo Spina
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