Riflessioni Bibliche

Quando la fede supera ogni ostacolo

today15 Aprile 2026

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Quando il Filisteo vide Davide, lo disprezzò, perché egli non era che un ragazzo, biondo e di bell’aspetto.
Il Filisteo disse a Davide: «Sono forse un cane, ché tu vieni contro di me con il bastone?»
E maledisse Davide in nome dei suoi dèi;
poi il Filisteo disse a Davide:
«Vieni qua, e darò la tua carne in pasto agli uccelli del cielo e alle bestie dei campi».
Allora Davide rispose al Filisteo: «Tu vieni verso di me con la spada, con la lancia e con il giavellotto;
ma io vengo verso di te nel nome del Signore degli eserciti, del Dio delle schiere d’Israele che tu hai insultate.

Oggi il Signore ti darà nelle mie mani e io ti abbatterò; ti taglierò la testa, e
darò oggi stesso i cadaveri dell’esercito dei Filistei in pasto agli uccelli del cielo e alle bestie della terra;
cosí tutta la terra riconoscerà che c’è un Dio in Israele,
e tutta questa moltitudine riconoscerà che il Signore
non ha bisogno di spada né di lancia per salvare;
poiché l’esito della battaglia dipende dal Signore ed egli vi darà nelle nostre mani».
Appena il Filisteo si mosse e si fece avanti per avvicinarsi a Davide, anche Davide corse verso la linea di battaglia contro il Filisteo;
mise la mano nella sacchetta, prese una pietra, la lanciò con la fionda e colpí il Filisteo in fronte;
la pietra gli si conficcò nella fronte ed egli cadde con la faccia a terra.
Cosí Davide, con una fionda e una pietra, vinse il Filisteo; lo colpí e lo uccise, senza avere spada in mano.
Poi Davide corse, si gettò sul Filisteo, gli prese la spada e, sguainatala, lo uccise e gli tagliò la testa.
I Filistei, vedendo che il loro eroe era morto, si diedero alla fuga.
Allora gli uomini d’Israele e di Giuda si alzarono, lanciarono il grido di guerra, e inseguirono i Filistei fino all’ingresso di Gat e alle porte di Ecron. I Filistei feriti a morte caddero sulla via di Saaraim, fino a Gat e fino ad Ecron.

📖 Primo libro di Samuele 17:42-52

Riflessione

C’è un momento in cui una battaglia non inizia con le armi, ma con quello che entra nella mente.
Prima ancora che qualcuno si muova, prima ancora che una “spada” venga alzata, succede qualcosa dentro di noi.
È così nella valle, quando Golia esce ogni giorno, per quaranta giorni, e parla.
Le sue parole non restano fuori, entrano. Dice: «Perché siete usciti a schierarvi in battaglia?
Non sono io il Filisteo e voi i servi di Saul? Scegliete un uomo e scenda contro di me… I
o ho lanciato oggi questa sfida all’esercito d’Israele; datemi un uomo e ci batteremo!».
Non è solo quello che dice, è quello che si vede.
È enorme, più di due metri e mezzo, coperto da un’armatura pesantissima, una corazza di bronzo, una lancia gigantesca. E quelle circostanze, insieme a quelle parole ripetute ogni giorno, producono qualcosa: intorpidiscono.
C’è paura e non c’è reazione, non c’è risposta, c’è un blocco.
La Scrittura dice che Saul e tutto Israele, quando udirono quelle parole, rimasero sbigottiti e furono presi da grande paura.
Prima ancora dei ragionamenti consapevoli, le circostanze e le parole avevano già fatto effetto: avevano tolto forza, spento il coraggio, e il popolo si ferma. Non combatte.
Non reagisce. Si arrende.
 

Questo avviene in un momento preciso, perché Saul è ancora sul trono ma è già in declino spirituale, ha già disobbedito.
Dio lo ha già rigettato e lo Spirito del Signore si è ritirato da lui.
Quindi chi avrebbe dovuto guidare nella fede si trova nello stesso stato del popolo, e nessuno rompe quel silenzio, nessuno cambia direzione.
E proprio lì, dentro questo blocco generale, entra qualcosa che sembra una coincidenza ma non lo è:
arriva Davide, mandato da suo padre con pane e formaggi per i suoi fratelli e per il comandante.
Una giornata normale. Ma quello è un appuntamento Divino.
Ed è ancora più forte se consideriamo che Davide era già stato unto, aveva già ricevuto una parola su di lui, eppure non lo vedi forzare nulla, non lo vedi anticipare i tempi.
Continua a vivere nella sottomissione, ubbidendo a suo padre, pascolando le pecore, vivendo la normalità.

Ed è proprio lì che spesso noi sbagliamo: vogliamo accelerare ciò che Dio ha promesso, mentre Davide ci mostra che la fedeltà nella vita quotidiana prepara il momento in cui Dio interviene.

Quando arriva, sente le stesse parole che tutti avevano ascoltato per giorni, vede le stesse circostanze, ma in lui non producono intorpidimento. Producono una reazione diversa, una gelosia per le cose di Dio, e dice:
«Chi è questo filisteo incirconciso che osa insultare le schiere del Dio vivente?».
Ed è qui che iniziano i ragionamenti. Dopo l’impatto iniziale delle circostanze e delle parole, arrivano i pensieri, le voci, gli ostacoli della fede.
Subito il primo prova a fermarlo attraverso l’accusa di suo fratello Eliab:
«Perché sei sceso qua? E a chi hai lasciato quelle poche pecore nel deserto?
Io conosco il tuo orgoglio e la malizia del tuo cuore; sei venuto per vedere la battaglia».

Un colpo diretto che cerca di bloccarlo dentro un pensiero.
Ma Davide non si ferma, risponde: «Che ho fatto adesso?
Non è forse una semplice domanda?» e va avanti.

E mentre va avanti, ne arriva un altro, ancora più forte perché sembra giusto, quando Saul gli dice:
«Tu non puoi andare a batterti contro questo Filisteo; tu non sei che un ragazzo, mentre lui è un guerriero fin dalla sua giovinezza».
Un ragionamento logico, concreto, difficile da ignorare.
Ma Davide non lo lascia lì, lo prende e lo porta all’ubbidienza, rispondendo:
«Il tuo servo pascolava il gregge di suo padre; quando veniva un leone o un orso a portar via una pecora dal gregge, io gli correvo dietro, lo colpivo e strappavo la pecora dalla sua bocca… Il tuo servo ha ucciso il leone e l’orso; questo Filisteo incirconciso sarà come uno di quelli…
Il Signore che mi liberò dalla zampa del leone e dalla zampa dell’orso, mi libererà anche dalla mano di questo Filisteo».

E Saul gli dice: «Va’, e il Signore sia con te».

Ma proprio lì, subito dopo, arriva un altro ostacolo, più sottile, meno evidente: quando Saul prova a vestirlo con la sua armatura, Davide dice:
«Non posso camminare con questa armatura, perché non ci sono abituato»
e se la toglie, perché capisce che non può combattere con qualcosa che non nasce dalla sua esperienza con Dio.
Prende la sua fionda, scende al torrente, prende cinque pietre lisce e si avvicina.
E proprio mentre si avvicina arriva un altro ostacolo, diretto, violento:
Golia lo vede e dice: «Sono io forse un cane, che tu vieni contro di me con dei bastoni?»
e lo maledice e aggiunge: «Vieni qua e darò la tua carne agli uccelli del cielo e alle bestie dei campi».

Ancora parole, ancora pressione, ancora un tentativo di far entrare paura.
Ma Davide risponde: «Tu vieni verso di me con la spada, con la lancia e con il giavellotto; ma io vengo verso di te nel nome del Signore degli eserciti, del Dio delle schiere d’Israele che tu hai insultato.
Oggi il Signore ti darà nelle mie mani; io ti abbatterò, ti taglierò la testa, e darò oggi stesso i cadaveri dell’accampamento dei Filistei agli uccelli del cielo e alle bestie della terra; tutta la terra saprà che c’è un Dio in Israele;
e tutta questa moltitudine saprà che il Signore non salva per mezzo di spada né per mezzo di lancia; poiché la battaglia appartiene al Signore, ed egli vi darà nelle nostre mani».

E subito dopo corre verso la battaglia.

E qui si vede la fede di Davide, non una fede teorica ma una fede che attraversa gli ostacoli, che non si ferma alle accuse, che non si ferma alla logica umana, che non si ferma davanti all’intimidazione.
Ogni volta prende quei pensieri e li porta all’ubbidienza, e poi si muove.
Perché il combattimento richiede fede, le difficoltà richiedono fede.
Le circostanze che vediamo e sentiamo possono intorpidire, ma è la fede che decide se restiamo fermi o se andiamo avanti.

E quando la pietra parte e il gigante cade e Davide gli taglia la testa, allora succede qualcosa che prima non c’era: la Scrittura dice che «gli uomini d’Israele e di Giuda si levarono, mandarono il grido di guerra e inseguirono i Filistei».
Il popolo che era stato fermato dalla paura ora si muove, perché qualcuno ha rotto quel blocco.

E qui comprendiamo qualcosa di ancora più vicino alla nostra vita, perché quel gigante può rappresentare qualsiasi cosa che si impone davanti a noi:
la perdita di un lavoro, una malattia, un tumore, una situazione familiare difficile, qualcosa che sembra troppo grande.

Le circostanze parlano, i sensi parlano, e spesso dicono:
non ce la farai.
Ma la fede fa un’altra cosa: vede oltre l’ostacolo.
Dove le circostanze dicono «è finita», Dio dice: «Io sono con te».

E lì diventa fondamentale aggrapparsi a Dio, alle Sue promesse, alla Sua forza, perché la fede non nasce da noi, ma come è scritto:
«la fede viene dall’udire e l’udire viene dalla parola di Dio».
E sappiamo anche questo, che nella vita ci saranno gioie e dolori, prove e difficoltà, ma la Scrittura dice che «tutte le cose cooperano al bene per quelli che amano Dio».
E proprio lì il nemico delle anime nostre lavora, cercando attraverso ciò che vediamo e sentiamo di mettere paura.

Negli articoli precedenti abbiamo parlato dei pensieri, di come portarli all’ubbidienza e farli prigionieri, abbiamo parlato del deserto e delle prove. Oggi vediamo questo: il nemico che avanza.
Ma questo non deve spaventarci, perché il credente non è uno che non incontra ostacoli, anzi, li incontrerà.
Verranno con menzogne, con pressioni, con paura.
Ma la Parola ci dice di resistere, stando fermi nella fede.

E questo stesso principio lo vediamo nella vita di Paolo di Tarso, ma in un modo diverso, non in una battaglia veloce ma in una prova lunga.
Paolo è su una nave diretta a Roma e si alza una tempesta violenta.
Per molti giorni non si vede né sole né stelle, tutto è instabile, e a un certo punto è scritto che ogni speranza di salvarsi era ormai perduta.
Quindi non è solo una difficoltà momentanea, è una situazione che si prolunga, che consuma, che logora, dove le circostanze continuano a dire sempre la stessa cosa: non ce la farete, è finita.
E in tutto questo Dio non interviene subito, lascia che il tempo passi, lascia che la prova continui.
E proprio lì si crea una tensione, perché da una parte c’è ciò che si vede e si sente, dall’altra ancora non c’è una risposta.
Poi, dopo molto tempo, Paolo riceve una parola precisa:
«Questa notte mi è apparso un angelo del Dio al quale appartengo e che servo, dicendo:
‘Paolo, non temere; bisogna che tu compaia davanti a Cesare; ed ecco, Dio ti ha dato tutti coloro che navigano con te’».
E Paolo dichiara: «Perciò, uomini, state di buon animo, perché io ho fede in Dio che avverrà come mi è stato detto».
Ma da quel momento non cambia subito nulla. La tempesta continua, il vento non si ferma, il mare non si calma, la nave resta in pericolo.
E qui entra la vera prova della fede, perché Paolo non è chiamato solo a credere nel momento in cui riceve la parola, ma a rimanere attaccato a quella parola mentre tutto intorno continua a contraddirla, mentre i giorni passano e le circostanze restano difficili.

Questa è l’attesa nella prova: avere una parola da Dio e non vedere subito il cambiamento, continuare a camminare mentre ciò che vedi è opposto a ciò che hai creduto.
E lì si vede una fede che non si sgancia, che non si lascia trascinare dai ragionamenti della paura, ma che rimane ferma, ancorata a chi Dio è e a ciò che ha detto, finché quella parola, nel tempo stabilito da Dio, diventa realtà.

Davide mostra una fede che affronta e si muove, Paolo una fede che rimane e resiste.
Ma alla radice è la stessa cosa: non fermarsi all’impatto delle circostanze e delle parole, non lasciare che
i ragionamenti della paura governino, ma prendere ogni pensiero e portarlo all’ubbidienza, rimanendo attaccati a Dio e a ciò che ha detto.

Spero che questa meditazione possa portarvi edificazione e benedizione. Che Dio vi benedica. 🙏


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Scritto da: Abramo Spina

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