Perché Gesù parla del calcolo del costo?
In Luca 14 il testo dice che grandi folle andavano con lui.
E questa cosa è importante, perché Gesù vede tutta quella gente che lo segue, ma invece di alimentare semplicemente l’entusiasmo della folla, si volta e mette le carte in tavola.
Non lo fa per spegnere il desiderio di chi voleva seguirlo, non lo fa per scoraggiare qualcuno dal diventare suo discepolo, ma perché lui è la verità, e la verità non ti chiama dentro un cammino senza dirti cosa quel cammino comporta.
Gesù dice parole forti. Dice che chi ama padre, madre, moglie, figli, fratelli, sorelle e perfino la propria vita più di lui, non può essere suo discepolo.
Non sta dicendo di odiare la famiglia nel senso carnale o umano del termine, perché Dio stesso ci insegna ad amare, onorare e custodire.
Sta dicendo però che davanti alla sua chiamata non può esserci nessun affetto, nessuna sicurezza, nessun legame e nessuna volontà personale che prende il primo posto.
Poi dice che chi non porta la propria croce e non viene dietro a lui, non può essere suo discepolo.
Ed è lì che Gesù porta l’esempio dell’uomo che vuole costruire una torre.
Dice: chi di voi, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolare la spesa, per vedere se ha abbastanza per finirla?
Perché se pone le fondamenta e poi non riesce a completarla, quelli che lo vedono cominciano a deriderlo dicendo che quell’uomo ha cominciato a costruire e non ha potuto finire.
Poi fa anche l’esempio del re che deve andare in guerra.
Prima di affrontare un altro re che gli viene contro con ventimila uomini, si siede e valuta se con diecimila può affrontarlo.
Se capisce che non può, mentre l’altro è ancora lontano manda un’ambasciata e chiede condizioni di pace.
Quindi Gesù sta dicendo una cosa molto seria: non basta iniziare, bisogna sapere cosa stai iniziando.
Non basta dire “voglio seguire Gesù”, bisogna capire che seguirlo ha un costo.
Non perché Dio voglia rendere la strada pesante senza motivo, ma perché il discepolato non è un’emozione, non è una fase, non è un momento bello della vita spirituale.
Seguire Gesù significa rinunciare a se stessi, e questa rinuncia tocca tutto: il carattere, le priorità, gli affetti, l’orgoglio, le paure, le ambizioni, le ferite e anche il modo in cui reagiamo quando veniamo messi sotto pressione.
E qui dobbiamo essere sinceri.
Servire Dio è una delle cose più belle che un uomo possa fare, non c’è niente di più vero e più pieno del vivere per il Padre, sapendo che la propria vita è nelle sue mani.
Però nessuno deve pensare che davanti a chi serve Dio venga steso un tappeto rosso.
Molte volte, proprio quando decidi di servire il Signore, intorno a te cominciano a muoversi pressioni, opposizioni, incomprensioni, attacchi e situazioni che cercano di fermarti o di amareggiarti.
Gli apostoli, ripieni dello Spirito Santo, furono accusati di aver messo sottosopra il mondo, ma il mondo non correva ad abbracciarli.
C’erano persecuzioni, accuse, prigioni, minacce e resistenze.
Paolo ha conosciuto opposizioni da fuori e da dentro, dai suoi connazionali, dai giudei, dai falsi fratelli, e perfino da persone che mettevano in dubbio il suo ministero e il suo apostolato.
A un certo punto deve ricordare che quelli che erano stati raggiunti attraverso il suo servizio erano il sigillo del suo apostolato nel Signore, e deve anche dire che se qualcuno pensa di appartenere a Cristo, deve considerare che anche lui appartiene a Cristo.
Questo ci fa capire una cosa: chi serve Dio non deve stupirsi troppo quando incontra battaglia.
Il problema non è la battaglia in sé, il problema è quando non l’avevi calcolata e allora, quando arriva, ti trova impreparato, ti ferisce più del dovuto, ti amareggia, ti blocca e magari ti porta a dire:
“Allora mi fermo, allora non servo più, allora non vale la pena”.
Ma la Bibbia ci ricorda che il nostro combattimento non è contro carne e sangue. Certo, a volte la pressione passa attraverso persone, parole, atteggiamenti, fratelli, sorelle, familiari e circostanze, ma dietro certe opposizioni c’è un combattimento più profondo.
Non dobbiamo fissare lo sguardo solo sulla persona che abbiamo davanti, perché rischiamo di riempirci di amarezza e perdere il cuore giusto.
Dobbiamo discernere che il nemico spesso lavora proprio così: prova a contaminare il servizio con l’amarezza, prova a prendere qualcosa che era nato puro davanti a Dio e a sporcarlo con il rancore, con la stanchezza, con la delusione e con quel pensiero che ti sussurra che tanto non serve più.
E prima ancora di guardare alla nostra vita, dobbiamo guardare al Signore Gesù stesso, perché il Signore non ci ha chiamati a una strada che lui non ha attraversato.
Di Lui la Scrittura dice che sarebbe stato uomo di dolore, familiare con il patire.
Gesù non ha guardato la sofferenza da lontano, ma l’ha conosciuta, l’ha portata, è entrato nel peso reale della condizione umana.
Lui era ed è il Figlio di Dio, santo, puro, senza peccato, eppure quanta opposizione ha incontrato.
Gli dicevano che era indemoniato, lo accusavano, fraintendevano le sue parole, cercavano di prenderlo in fallo, e più il Padre operava attraverso di lui, più certi cuori si indurivano contro di lui.
Ci sono stati momenti in cui volevano ucciderlo, momenti in cui si radunavano contro di lui, momenti in cui i capi religiosi arrivarono a dire: “Se lo lasciamo fare, tutti crederanno in lui”.
E questa è una cosa forte, perché Gesù non incontrava opposizione perché stava facendo qualcosa di sbagliato, ma proprio perché stava facendo la volontà del Padre.
La sua luce dava fastidio alle tenebre, la sua opera smascherava i cuori, la sua presenza metteva in crisi chi voleva mantenere il controllo.
Eppure Gesù non si è fermato. Non si è lasciato contaminare dall’amarezza, non ha risposto alla pressione uscendo dalla volontà di Dio, non ha permesso al rifiuto degli uomini di spegnere l’opera che il Padre gli aveva affidato.
E guarda che opera ha compiuto. Attraverso quel cammino, attraverso quel dolore, attraverso quella croce, ha portato salvezza, perdono e riconciliazione con Dio.
Ha preso su di sé il nostro peccato, ha aperto una via che noi non potevamo aprire, ha vinto la morte, ha rialzato l’uomo dalla sua condizione perduta.
Quello che agli occhi degli uomini sembrava una sconfitta, nelle mani di Dio è diventato redenzione.
Perciò quando parliamo del costo del discepolato, non stiamo parlando di una sofferenza vuota.
Stiamo parlando di seguire un Maestro che ha sofferto prima di noi, che sa cosa significa essere rifiutato, frainteso, accusato, tradito e colpito, ma che proprio dentro quella strada ha compiuto l’opera più grande.
Ed è qui che la Parola deve lavarci.
Perché la sapienza che viene dall’alto, dice Giacomo, è anzitutto pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, senza parzialità e senza ipocrisia.
Quindi se qualcosa viene davvero da Dio, deve produrre un frutto buono.
Può anche correggere, può anche riprendere, può anche essere ferma, ma non deve nascere da un cuore avvelenato.
La Parola di Dio è pura, è santa, è affinata, e ogni giorno deve entrare nella nostra mente, nei nostri pensieri e nelle nostre intenzioni, per lavarci da quelle storture che magari noi nemmeno vediamo subito.
Perché la verità è questa: noi siamo salvati per grazia, non per i nostri meriti.
Nessuno può vantarsi davanti a Dio. La salvezza viene da Cristo, dal suo sangue, dalla sua opera, non dalla nostra bravura.
Tuttavia la stessa Bibbia dice anche di compiere la nostra salvezza con timore e tremore, perché è Dio che produce in noi il volere e l’operare secondo il suo beneplacito.
Questo non è legalismo, non significa che ci salviamo da soli, significa che la grazia ricevuta lavora dentro di noi, ci forma, ci corregge, ci porta avanti, ci insegna a non vivere con un cuore diviso.
E sì, lungo il cammino si può venire meno.
Si può iniziare bene e poi raffreddarsi.
Si può servire Dio e poi diventare duri.
Si possono dire cose vere con un cuore appesantito.
Si può difendere la verità, ma farlo con uno spirito sbagliato.
Per questo il Signore corregge quelli che ama, riprende quelli che riconosce come figli, non per distruggerli, ma per riportarli nella via giusta.
Allora il punto non è dire: “Non servire Dio perché sarà difficile”.
No, assolutamente. Io ti incoraggio a servire Dio.
Ti incoraggio a seguire Cristo, a consacrarti, a non sprecare la tua vita dietro cose vuote, a dare al Signore quello che hai, quello che sei, i tuoi doni, il tuo tempo, la tua voce, le tue mani, il tuo cuore.
Però ti dico anche quello che Gesù ha detto: siediti e calcola il costo.
Calcola che ci saranno giorni in cui dovrai rinunciare a te stesso.
Calcola che non tutti capiranno.
Calcola che a volte verrai frainteso.
Calcola che il nemico proverà a fermarti non solo con l’opposizione esterna, ma anche con l’amarezza interna.
Calcola che dovrai portare davanti a Dio certe ferite, prima che quelle ferite comincino a parlare al posto della fede.
Calcola che seguire Gesù non significa avere sempre tutto facile, ma significa avere lui anche quando non è facile.
E voglio dirlo anche a chi in questo momento si sente in difficoltà, perché magari ha iniziato a servire Dio con sincerità, ma poi lungo il cammino si è trovato davanti pressioni, stanchezza, pensieri pesanti, reazioni che non si aspettava nemmeno da se stesso.
Non scoraggiarti.
Chi ha una chiamata da parte di Dio non viene cambiato tutto in un giorno.
Il Signore lavora poco a poco.
A volte ti corregge, a volte ti ferma, a volte ti fa vedere cose del tuo cuore che prima non vedevi, ma non lo fa per distruggerti.
Lo fa perché ti, anzi ci ama ama, perché vuole formarci, perché vuole renderci sempre più liberi nel servirlo.
Il discepolo non è una persona che non passa mai per la debolezza.
Il discepolo è una persona che, anche quando viene lavorata da Dio, non scappa dalla sua presenza.
Magari piange, magari fatica, magari si sente piccolo, ma torna al Signore e gli permette di mettere mano dove c’è bisogno.
Quindi se oggi ti accorgi che dentro di te ci sono ancora ferite, amarezza, paura, orgoglio, stanchezza o pensieri che ti hanno quasi fermato, non pensare che per questo Dio abbia finito con te.
Forse sta proprio lavorando lì. Forse sta toccando quelle parti che devono essere guarite, corrette e rimesse al posto giusto.
La grazia di Gesù non copre solo il giorno in cuiti senti forte (perchè in realtà siamo deboli se ci sentiamo forti).
Ti rialza anche quando sei stanco, ti riprende con amore quando stai sbagliando, ti lava con la sua Parola e ti dà quella spinta che da solo non avresti.
La sua Parola non ci ferisce per lasciarci a terra, ma ci vivifica, ci corregge, ci rimette in piedi e ci spinge a continuare con un cuore più pulito.
Perciò calcola il costo, sì, ma non dimenticare la grazia.
Sappi che ci sarà una croce da portare, ma sappi anche che Cristo non ti lascia portarla da solo.
Sappi che ci saranno correzioni, ma saranno correzioni di un Padre che ama.
Sappi che ci saranno momenti in cui ti sentirai debole, ma proprio lì la grazia di Dio può rialzarti e darti forza per continuare.
Molti cominciano con entusiasmo, ma Gesù ci chiama a finire con fedeltà.
E chi calcola il costo non è uno che ha meno fede, è uno che ha capito che Cristo merita tutto, e che dentro quel cammino, giorno dopo giorno, il Signore continua a formare quelli che ha chiamato.
E allora sì, seguire Cristo ha un costo, servire Dio ha un costo, il discepolato ha un costo reale. Però il costo non è tutta la storia. Gesù non ci chiama a perdere per lasciarci vuoti, ci chiama a seguirlo perché in lui c’è una ricchezza che il mondo non può dare.
Il premio è grande. Gesù stesso disse che chi avrà lasciato case, fratelli, sorelle, padre, madre, figli o campi per amor suo e per amor del Vangelo, riceverà cento volte tanto già in questa vita, insieme a persecuzioni, e nel mondo a venire la vita eterna. Quindi il Signore non nasconde il costo, ma non nasconde nemmeno la ricompensa.
E già mentre cammini con lui, il Signore riempie la vita. Dona pace, gioia, forza, consolazione, entusiasmo nel servirlo. Ti fa vedere la sua mano, le sue vittorie, la sua gloria, le sue opere. Ti fa capire che niente di quello che fai per lui è sprecato.
Noi siamo stati creati per questo: per adorare il nostro Dio, per servirlo, per vivere davanti a lui con un cuore che gli appartiene. E una vita così è bellissima. Non perché sia una vita senza costo, ma perché è una vita piena di Cristo. E quando c’è Cristo, quello che lasci non sarà mai più grande di quello che trovi in lui.
Spero che questa meditazione possa portarvi edificazione e benedizione. Che Dio vi benedica. 🙏
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