
La storia di Giona, nel primo capitolo del libro a lui dedicato, mi ha sempre fatto riflettere profondamente, perché in molti modi può rispecchiare la nostra vita quotidiana.
Quante volte, infatti, riceviamo una parola chiara da parte del Signore, un’indicazione precisa, una direzione certa… ma decidiamo di fare esattamente il contrario, scegliendo di scappare dalla parte opposta?
Prima di entrare nel vivo del testo, voglio ricordare un versetto chiave che ci dice qualcosa del “curriculum spirituale” di Giona.
In 2 Re 14,25 leggiamo:
“Egli ristabilì i confini d’Israele dall’ingresso di Amat fino al mare dell’Araba, secondo la parola del Signore, Dio d’Israele, pronunciata per mezzo del suo servo Giona, figlio di Amittai, il profeta di Gat-Efer.”
Giona era dunque un profeta già conosciuto e riconosciuto.
Aveva portato un messaggio di successo, un annuncio bello e gradito per il popolo d’Israele.
Aveva visto con i suoi occhi la parola di Dio adempiersi, e sicuramente questo gli aveva dato anche un certo rispetto pubblico, una reputazione spirituale.
Nel primo capitolo del libro di Giona, Dio chiama il profeta non per rivolgersi al suo popolo, Israele, ma per andare a Ninive, una grande città pagana.
Questo incarico rappresenta un cambiamento importante.
Perché Giona avrebbe dovuto accettare di portare un messaggio di giudizio a una nazione straniera, anziché uno di consolazione al suo popolo?
Per un Israelita, le nazioni pagane erano considerate non solo idolatre e distanti da Dio, ma spesso nemici spirituali e politici.
Questi popoli erano visti come impuri, oppressori e privi di valore redentivo agli occhi umani.
Eppure, Dio voleva offrire loro un’opportunità di salvezza.
Il cuore di Dio trascende i confini umani e le nostre predilezioni: Egli desiderava che Ninive non fosse distrutta, ma si convertisse e vivesse.
Giona, però, rifiuta questo piano. Fugge. Scappa.
Si dirige esattamente nella direzione opposta, tentando di sottrarsi alla volontà di Dio.
Ma perché?
Forse perché la missione non gli piaceva.
Forse perché lo metteva a disagio.
Forse perché non era più una “bella profezia di successo”.
Semplicemente, non era d’accordo con ciò che Dio voleva fare.
E quante volte anche noi ci troviamo nella stessa situazione?
Magari Dio ci chiama a un posto, a una chiesa, a un lavoro, a un servizio, a una famiglia, a un cambiamento, a una rinuncia… e noi sentiamo chiaramente la Sua voce, ma non ci sta bene.
La nostra carne si oppone.
La nostra volontà cozza con la Sua.
E come Giona, decidiamo di remare lontano, di scendere nella nave, di addormentarci pur di non sentire più quella voce scomoda.
L’apostolo Paolo stesso ha dovuto affrontare questo tipo di prova.
In 2 Corinzi 12,7-9 scrive:
“Perché io non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un messaggero di Satana per schiaffeggiarmi, perché io non montassi in superbia.
Tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me, ed egli mi ha detto: ‘Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza’.
Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo.”
Spesso ci insuperbiamo, crediamo di sapere cosa è giusto e cosa è sbagliato, e fatichiamo ad accettare che la volontà di Dio non sempre coincide con ciò che ci sembra sensato, comodo o glorioso.
In Atti 16,6-7 leggiamo un altro esempio:
“Attraversata la Frigia e la regione della Galazia, essendo stati impediti dallo Spirito Santo di annunciare la Parola in Asia, giunti ai confini della Misia cercavano di andare in Bitinia, ma lo Spirito di Gesù non lo permise.”
Anche qui, Dio chiude delle strade.
Impedisce. Ferma.
Non ogni progetto, anche se “spirituale”, è secondo il Suo cuore.
Serve uno spirito arrendevole.
Giona, invece, insiste.
E quella sua fuga non è senza conseguenze.
Si allontana “dalla presenza del Signore” (una frase tremenda) e si addormenta nella stiva, mentre fuori infuria la tempesta.
Non solo lui soffre: anche chi è con lui sulla nave rischia di perire.
Il peccato di disobbedienza non è mai solo personale: coinvolge e danneggia chi ci è accanto.
Eppure, solo quando Giona riconosce il suo errore e si arrende (“Gettatemi in mare”), le acque si calmano.
Dio, nella Sua misericordia, non lo abbandona: manda un grosso pesce a salvarlo e lì, nel punto più basso nel ventre della creatura, nel fondo del mare Giona prega.
È il suo momento di ravvedimento.
E le circostanze cambiano quando cambia lui.
La riflessione centrale, ora, è questa: quanto siamo disposti a soffrire prima di dire “Sì, Signore”?
Fino a dove vogliamo scendere, quanto vogliamo resistere, prima di riconoscere che la via migliore è la Sua?
Perché se Dio ha deciso di portarti a Ninive, nessuna nave per Tarsis ti porterà pace.
Potrai anche pagare il biglietto, ma finirai nella tempesta.
Potrai dormire per un po’, ma sarai svegliato.
Potrai provare a ignorare la voce di Dio, ma Lui troverà il modo di richiamarti.
Dio non ha mai smesso di cercare Giona.
E non smetterà con te, se sei un Suo figlio o una Sua figlia.
Ed è qui che si apre una riflessione ancora più profonda:
se ci sorprende che Dio abbia mandato un profeta a una città pagana, quanto più dovrebbe stupirci che abbia mandato il Suo stesso Figlio in un mondo ostile?
Non per giudicare, ma per salvare.
“Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna”
–Giovanni 3:16.
Gesù è stato mandato non perché il mondo fosse degno, ma perché Dio ama.
Dio ama le persone.
Ama chi è lontano.
Ama chi sbaglia.
E per amore manda.
Se Dio ti chiama da qualche parte, è perché in quel luogo c’è qualcuno che Lui desidera raggiungere.
La tua obbedienza può diventare la risposta alla preghiera di qualcun altro.
Giona non lo capì subito.
Ma Gesù sì.
E anche noi, come Gesù, possiamo dire: “Sì, Padre. Non la mia, ma la tua volontà sia fatta.”
Allora la vera domanda è: vuoi davvero aspettare di essere nel ventre del pesce per arrenderti?
Oggi è il tempo per dire:
“Signore, forse non comprendo tutto, forse non mi piace tutto, ma io mi arrendo.
La tua volontà è buona, accettevole e perfetta.
Non voglio più scappare.”
Dio vi benedica.
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