Riflessioni Bibliche

Ancora amici – L’amico ama in ogni tempo

today12 Gennaio 2026

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IL BUIO ALL’IMPROVVISO | Capitolo 1


Riflessione.

Era un giorno come altri, un giorno che comincia al mattino
e termina con la notte, un giorno che ha il suo affanno e vede
occupare gli uomini su questa terra (Matteo 6:34).
Era un giorno come gli altri, di quelli però che si commemorano perché festa
nazionale, perché festa del lavoro.
Era un giorno nel quale si prende
il primo sole, si accende il barbecue, si sta in compagnia al mare
o in montagna.
Eppure per me quel giorno di due anni fa sarebbe
stato davvero speciale.
Un giorno in cui si sarebbero concentrate
tutte le mie risposte dopo anni di tormentate preghiere, di promesse
più volte ricevute e confermate.
Invece le cose non andarono nella giusta direzione.
Ricordo il giorno precedente, la visita all’ospedale, la speranza di
vedere finalmente il tanto desiderato e sospirato bambino.
Ricordo la voglia di restare e di non andare via, ricordo la sensazione di
ritornare, di sterzare l’auto e fare marcia indietro.
Poi nulla, era già sera e bisognava dormire.
Il parto d’altronde era programmato dopo
tre giorni e il sogno si sarebbe avverato, non c’era più bisogno di
affannarsi.
Un velo d’incertezza eppure mi pervadeva, una sensazione di non
avere colto un suggerimento, una voce interiore, che soffocata, aveva
finito per tacere. Poi l’indomani l’irreparabile, la corsa per arrivare
prima in reparto pediatria, quella paura entusiasmante di chi sa che
presto ridiventerà padre ancora una volta al termine di una vita spesa
ad afferrare la propria terra promessa.
Era un momento tanto atteso.
Ma congelante e inquietante arriva
l’esito: mio figlio non c’era più. Un nodo vero intorno al suo cordone
lo aveva soffocato, non c’era più niente da fare.
Quello che doveva essere un giorno glorioso si trasformava all’improvviso in una terribile
sconfitta, una perdita indelebile per tutta la famiglia.
Solo, in una stanza, in attesa di sapere come sarebbe andato il parto cesareo d’urgenza.
Solo e in tutta libertà, come mi dissero, avrei potuto finanche urlare.
Eppure nessuna parola usciva dalla mia bocca.
Nella mia testa invece scoppiava una guerra.
Pensieri di tutti i tipi galoppavano in tutte le direzioni.
Come avrei potuto affrontare la situazione?
Cosa avrei dovuto dire alle mie figlie, ad amici e parenti?
Come avrei potuto gestire una tragedia come questa?
Cosa avrei dovuto dire a colei che aveva tenuto in grembo per nove mesi una
vita così preziosa? Ero visibilmente scosso e non riuscivo a dire nulla.
Raggiunto da lì a poco da familiari avvisati per telefono, ero già
sdraiato su un lettino in stato di shock.
Al termine del pomeriggio, dietro richiesta vedevo, infine, il bambino.
Pochi minuti, dieci minuti al massimo, con la sua tutina azzurra e la sua copertina di lana che
tanto noi genitori avevamo ricercato e scelto.
Bellissimo, con piene gote rosa e, come la madre, lunghissime ciglia.
Sembrava stesse dormendo eppure ormai era già in cielo.
Poi, coperto interamente e nuovamente, lo portarono via, per sempre.
Tutti, tranne la madre ancora in ospedale per accertamenti,
andammo via a casa.
Il giorno non era ancora finito, non ne era
ancora che l’inizio.
Non avevo fatto in tempo, infatti, a riprendermi
che già al ritorno dovevo fingere di essere sereno.
Le mie piccole figlie aspettavano con ansia qualche notizia del nuovo arrivato.
“C’è stata qualche complicazione…”, dicevo loro, “…piuttosto che
star male per sempre è meglio che vada lassù con Gesù”.
I volti erano straniti e piuttosto perplessi.
In seguito capirono tutto. Il fratellino non lo avrebbero mai visto.
In qualche modo, comunque, noi tutti andammo a dormire, ognuno sul proprio letto.
Finalmente ero solo, solo con i miei pensieri, solo per capire, solo a chiedermi il perché.
Non una parola, solo io e i miei pensieri.
Sapevo che non sarei riuscito a chiudere occhio.
In quella notte insonne non mi restava che ascoltare musica, quella che sentivo
solitamente per tenermi in compagnia.
In silenzio, sul mio letto, vicino alla culla vuota, con i miei auricolari cercavo uno sfondo musicale
tra i miei pensieri.
Lo ascoltavo distratto, come per fare solo rumore, per riempirmi, per svegliarmi.
Ma non osavo dire nulla. Chi ero io per poter accusare Dio?
Cosa voleva insegnarmi?
Perché mai avrei dovuto avere una correzione così atroce?
Come poteva Dio, che aveva più volte dimostrato di amarmi, farmi questo?
Tanto frastuono tra i miei pensieri, eppure nessun suono mi destava
o mi rasserenava. Un senso di smarrimento mi aveva ormai preso.

Capitolo 1 / Il buio all’improvviso 11
Ero incredulo ed esterrefatto.
Era tutto così illogico e niente poteva spiegarmi quanto era successo.
Un incendio era divampato dentro
di me e nasconderlo non sarebbe servito a nulla.
Non mi restava che tentare di arrestarlo.
Ero cosciente che non sarei stato più lo stesso,
che tutto sarebbe stato diverso.
Il giorno stava per finire e quella notte,
la più nera e buia e lunga che avevo mai visto, con il suo tormentato
affanno, alla fine giungeva al termine.
Altri giorni bui, però, seguirono e per diverse settimane.
Giorni duri e difficili da dimenticare, passati tra funerale, visite al cimitero
e sorrisi forzati con familiari e parenti.
Malgrado fuori ci fosse il sole, niente riusciva a scaldarci.
Stessa apatia, stessa calma apparente ogni giorno.
Sigillando la sofferenza in una grande scatola, tra coccarda
cucita e mai appesa, ciucci, vestiti e lenzuola nuove, si tentava di
sopravvivere.
Ma il dolore emergeva senza freno e sempre più
lacerante.
Giorno dopo giorno si alimentava.
Poi emerse un’altra tempesta
nuovamente e improvvisamente.
Bastò una domanda: “Vedremomai il fratellino?”
Così si rivolse a me la più piccola delle mie figlie.
Pensavo potesse essere la meno coinvolta, eppure a soli sei anni,
evidentemente qualche domanda se la era posta.
“Quando saremo tutti in cielo staremo a tavola insieme?”
Risposi di sì, ma in quellastessa notte si fece strada un pensiero che circolava e attraversava
martellante nella testa. “Perché aspettare?
Perché non raggiungere il fratellino anche adesso?”
E così, per un paio di affannati giorni nella mia mente balenava l’idea di uccidere me e la mia famiglia intera.
Brancolavo nelle tenebre e il mio sguardo era sempre più perso.
Anche mia moglie si era accorta di questo!
Mi diceva che non le piaceva come li osservavo, come li guardavo.
Aveva intuito che qualcosa di terribile avrebbe potuto succedere.
Avrei dovuto essere più forte.
Volevo essere più forte, volevo essere più rassicurante, ma non riuscivo.
E tra i due, paradossalmente io ero il caso più preoccupante!
Ormai stavo per essere travolto. Pensieri dopo pensieri
stavo per essere schiacciato.
Avevo raggiunto un peso troppo grande da sopportare.
Il dolore mi stava uccidendo e volevo farla finita.
Mi tormentava l’idea che questo male non potesse andare mai più via, mi sentivo senza via d’uscita e volevo morire. Poi, nella disperazione,
profondamente solo, senza alcuna soluzione vicina, un urlo dal profondo del mio cuore si rivolse a quel Dio che pensavo mi avesselasciato per sempre.
“Perché mi hai abbandonato? Perché mi tratti come tuo nemico?
Perché hai permesso che questo capitasse a me?”
E così facendo mi tormentavo nell’animo odiando me stesso perché
pensavo di essere stato così stupido da credere a un Dio che poi mi
aveva ingannato.
Non ritrovavo Dio in tutte queste circostanze, non trovavo più
fede e speranza e giungevo alla conclusione che questo era il brutto
destino e disegno che era stato scelto da qualcuno lassù per me.
Ma poi mi venivano in mente le parole dell’apostolo Paolo:
“Così dunque egli fa misericordia a chi vuole e indurisce chi vuole.
Tu allora mi dirai: «Perché dunque rimprovera egli ancora? Poiché
chi può resistere alla sua volontà?»
Piuttosto, o uomo, chi sei tu che
replichi a Dio? La cosa plasmata dirà forse a colui che la plasmò:
«Perché mi hai fatta così?»” (Romani 9:18-21).
Questi versetti che tanto mi erano rimasti dentro adesso mi
struggevano. Mi dicevo: “Chi può osteggiare i Suoi piani?
Può il vaso chiedere spiegazione al vasaio come deve essere fatto?”
In preda allo sconforto volevo odiare proprio quel Dio che da
sempre diceva di amarmi. Ma non riuscivo.
Ogni qualvolta che profondamente ero amareggiato e irritato con Lui poi finivo col
farmi star bene. Più volevo odiarLo e dimostrarGli il mio rancore e più sentivo che Egli era l’unico rimedio per avere pace.
Era come amare il proprio aguzzino, come la vittima che finisce per amare il
suo carnefice, come lo schiavo che impara ad amare il suo padrone.
So che queste frasi sono piuttosto forti per qualcuno, ma ciò che
detestavo alla fine mi conquistava. Quel Dio, che con tutte le forze volevo respingere, mi stringeva a Sé con i Suoi cordoni di amore e
io non avevo più remore per svincolarmi e ribellarmi.
Alla fine, mio
malgrado, mi piegavo sempre ad amarLo e a ricercarLo ancora più
di prima perché era l’unico a darmi sollievo.
Volevo combatterLo ma poi venivo vinto.
Ero in aperto conflitto. Io ero contro Dio, ma Lui era lì per me,
verso di me. Gli chiedevo aiuto e ristoro per la mia anima, ma poi Lo
respingevo e, infine ancora, Lo accettavo.
Un tira e molla che non capivo.
Ero trascinato dalle emozioni e volevo chiarezza e pace. Poi,
in quella stessa notte, in maniera inaspettata, un sogno lasciava poco
all’immaginazione: un corpo di un uomo senza vita era in fondo a un
profondo pozzo. Sapevo che quell’uomo ero io. Comprendevo che quella era la fine che avrei avuto se continuavo a inseguire pensieri
di morte e suicidio. Poi la rivelazione che confermava quanto stavo
vivendo: “Perché la tristezza secondo Dio produce un ravvedimento
che porta alla salvezza, del quale non c’è mai da pentirsi; ma la
tristezza del mondo produce morte” (2 Corinzi 7:10).
Cercavo di sopravvivere ma dentro di me sapevo, ora e con
convinzione, ciò che mi stava facendo morire. Sentivo che la morte
mi tentava.
Ci voleva una forza contraria per non annientare me e la
mia famiglia. Avevo bisogno di attingere da quella fonte di vita che
Gesù aveva indicato alla samaritana (Giovanni 4:10-15).
Era strano
che dopo tanti anni di conversione mi venisse ricordato questo, ma
adesso attraverso l’esperienza tutto prendeva forma e diventava
concreto. Forse stavo entrando in una nuova e più vera identità in
Cristo, lontana da riflettori ed eventi di chiesa.
Una luce abbagliante e accecante stava per muoversi in mezzo a
un tunnel. Promesso a me stesso e a Dio di fare di tutto per risalire la
china; chiedevo a Lui le forze per abbandonare quell’atteggiamento di
sconfitta perenne che avevo intrapreso. “Basta leccarsi le ferite!”, mi
dicevo. “Seppur sconfitto questa volta, insieme a Lui posso rialzarmi
e vincere altre battaglie!”
Ma la risalita non sarebbe stata facile e
sicuramente tutta da scoprire. Una cosa, però, l’avevo capita prima
di ogni altra cosa: dovevo cercare il modo di spegnere il cervello e
tenere a digiuno quella tristezza che fino a quel momento mi aveva
invaso, accerchiato e quasi divorato.
Dovevo tenermi occupato e tutto andava bene pur di non pensare:
un gioco informatico comune a me e alle mie altre due figlie, mi
sembrava una soluzione provvisoria buona.
Intrattenevo loro con
il gioco e allo stesso tempo impedivo a pensieri negativi di mettere
radici nella mia testa.
Giocavo fin dal mattino e terminavo alla sera.
Era diventato un sistema valido per evadere la realtà, una provvisoria
stampella da utilizzare per non star male; una fuga che però rischiava
di diventare un’altra ossessione, ma che al momento mi distraeva
e non mi faceva affrontare il mio dolore.
Sapevo che una volta più
forte avrei dovuto lasciare anche quella.
Cosciente nel convivere
con una cicatrice che difficilmente poteva arginarsi, sapevo che la
mia anima sarebbe rimasta spezzata per sempre. Un percorso tutto
nuovo era davanti a me.
Una curva, una deviazione imprevista, in
ripida e tortuosa salita, mi stava aspettando.

Radio Cristiana FHL vi parla:
Di solito non è nostro modo di fare “sponsorizzare” libri o opere, ma in questo caso vogliamo fare un’eccezione perché questo caro fratello, Fabio Mantegna, ha una grande e bella testimonianza che ha aiutato, aiuta ancora e ne aiuterà in avvenire tante persone bisognose, in crisi di fede o travolte dal dolore inspiegabile.
Ecco perché supportiamo la sua opera nel Signore: è un racconto vero e reale di sofferenza, lotta interiore e, alla fine, della grazia di Dio che non abbandona mai.

Il libro si intitola Ancora amici – L’amico ama in ogni tempo
(riferimento a Proverbi 17:17)
ed è un’autobiografia cruda e profonda sulla perdita di un figlio, la rabbia verso Dio e la scoperta dell’amore fedele di Cristo. §
Dove acquistarlo (disponibile online):
Sul sito ufficiale della CLC Italy (editore Publielim, distribuito da CLC – Centro del Libro Cristiano).
Per qualsiasi dettaglio ulteriore, acquisto o informazioni, rivolgiti direttamente a Fabio Mantegna.

Questo articolo è una creazione originale di Radio Cristiana FHL. È fondamentale sottolineare che la riproduzione o l’utilizzo del suo contenuto, in qualsiasi forma, non è consentito senza il consenso esplicito di Radio Cristiana FHL
(Cristomihasalvato@gmail.com). Ogni tentativo di modifica, distribuzione o vendita del testo è vietato. La pubblicazione di questo articolo è stata effettuata con il permesso dell’editore originale.
Per scoprire ulteriori risorse e informazioni, vi invitiamo a visitare il nostro sito ufficiale: www.radiocristianafhl.com
©Radio Cristiana FHL

Scritto da: Fabio Mantegna

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