Nei giorni della sua carne, con alte grida e con lacrime egli offrí preghiere e suppliche a colui che poteva salvarlo dalla morte ed è stato esaudito per la sua pietà. Benché fosse Figlio, imparò l’ubbidienza dalle cose che soffrí; e, reso perfetto, divenne per tutti quelli che gli ubbidiscono, autore di salvezza eterna, essendo da Dio proclamato sommo sacerdote secondo l’ordine di Melchisedec.
Lettera agli Ebrei 5:7-10
📖 Ebrei 5:7-10
Riflessione.

Partendo dal passo di Ebrei 5:8, dove si afferma che Gesù, pur essendo Figlio, imparò l’ubbidienza dalle cose che soffrì, possiamo estendere questa verità alle nostre vite quotidiane, spesso segnate da sofferenze grandi o piccole.
Molte di queste ci appaiono insignificanti, soprattutto se le confrontiamo con prove ben più gravi che altri affrontano, o con quelle che riteniamo ingiuste e che pensiamo non dovremmo mai vivere.
Le prove che attraversiamo non sono tutte uguali: ci sono i giganti che ci cascano addosso in certi periodi della vita, vere e proprie stagioni di tempesta malattie gravi, perdite dolorose, crisi familiari o economiche profonde, situazioni che sembrano insormontabili e che ci mettono alla prova fino al limite.
Poi ci sono le difficoltà piccole o medie quotidiane, quelle che giorno dopo giorno limano il nostro carattere: un’ingiustizia sul lavoro, un rapporto che ci ferisce, un ritardo continuo, una critica ripetuta, una stanchezza che non passa. Entrambe, le une e le altre, hanno lo stesso scopo da parte di Dio: darci pace vera, rafforzare la nostra fede e renderci sempre più simili a Cristo Gesù.
Pensiamo a quelle situazioni che Dio permette, pur vedendole chiaramente: circostanze che toccano il nostro ego, piccole ingiustizie, frustrazioni che ci spingono a ribellarci interiormente.
Queste difficoltà , apparentemente banali, ci portano spesso in ginocchio in preghiera, implorando una liberazione immediata, quasi che Dio dovesse intervenire all’istante per rimuoverle dal nostro cammino.
Eppure questo versetto rivela un principio fondamentale e vitale: proprio in quelle situazioni che Dio conosce bene ma non risolve subito, si nasconde l’opportunità di imparare l’ubbidienza.
Dal momento della nuova nascita in Cristo, la nostra vita cambia radicalmente: siamo perdonati e liberati dal peso del peccato passato.
Tuttavia, questo non significa che ogni difficoltà scompaia automaticamente.
Dobbiamo imparare a vivere non più guidati dagli impulsi della carne, da quelle reazioni istintive che ci spingono a contestare, a ribellarci o a combattere tutto ciò che non ci piace.
Queste abitudini radicate non si estirpano in un giorno.
Al contrario, Dio, come il buon vignaiolo descritto in Giovanni 15, è pronto a potarci con cura, rimuovendo ciò che è superfluo affinché possiamo portare più frutto.
Non ogni sofferenza è necessariamente causata da Dio, ma Egli è capace di usare ogni prova (grande o piccola) per il nostro bene e per la nostra crescita spirituale.
Se ci fermiamo a riflettere, notiamo come queste prove ci inducano spesso alla disobbedienza: ci irritiamo, preghiamo solo per essere liberati, oppure cerchiamo di risolvere tutto con le nostre forze.
Così facendo, perdiamo la pace interiore.
La Scrittura ci insegna che l’ubbidienza non è passività, ma una risposta fiduciosa e consapevole alla volontà di Dio nel mezzo della prova.
Un esempio biblico significativo è quello di Giacobbe:
un uomo che ha ingannato e che, a sua volta, è stato ripetutamente ingannato.
Truffato dal suocero Labano, Giacobbe sperimentò sulla propria pelle il dolore dell’inganno.
Il culmine fu la presunta morte di suo figlio Giuseppe, un lutto che portò nel cuore per decenni.
Attraverso queste esperienze, imparò cosa significhi soffrire per ciò che lui stesso aveva inflitto ad altri.
Spesso non comprendiamo quanto le nostre parole o azioni possano ferire il prossimo finché non proviamo lo stesso dolore.
In questo senso, la sofferenza diventa un insegnante severo ma efficace.Tuttavia, quando resistiamo alla lezione, aggrappandoci all’orgoglio o alle vecchie abitudini, la prova tende a protrarsi.
Questo principio diventa concreto nella vita quotidiana: una persona dal carattere difficile che Dio mette accanto a noi, una responsabilità che ci espone a critiche o fallimenti, una difficoltà economica improvvisa, oppure un progetto che subisce un ritardo. In tutti questi casi, siamo chiamati a imparare la fiducia, la pazienza e l’umiltà, lasciando che Dio formi il nostro carattere.
Ecco perché Gesù, nella sua piena umanità, imparò l’ubbidienza attraverso le sofferenze:
non perché gli mancasse la conoscenza divina, ma perché visse fino in fondo cosa significa obbedire al Padre anche nel dolore.
Siamo chiamati ad armarci dello stesso atteggiamento.
Lo scopo è rafforzare la nostra fede, sviluppare autocontrollo e sperimentare una pace profonda in Dio.
La sofferenza non è una punizione inutile, ma uno strumento che Dio usa per renderci più simili a Cristo.
Spesso la pace più profonda arriva proprio dopo molte preghiere per una liberazione immediata.
Quando giungiamo a dire: “Sia fatta la tua volontà”, come Gesù nel Getsemani o come Paolo davanti alla sua spina nella carne, scopriamo che la grazia di Dio è sufficiente.
Non è sempre la rimozione della sofferenza a trasformarci, ma l’accettazione fiduciosa della volontà di Dio.
In quel momento sperimentiamo una comunione più profonda con Lui e una pace che supera ogni intelligenza (Filippesi 4:7).Gesù ha percorso per primo questa via e ora ci invita a seguirlo.
Quando preghiamo per una liberazione immediata, impariamo anche a dire: “Signore, se questa prova non passa ora, aiutami a imparare ciò che vuoi insegnarmi e a ubbidirti qui e adesso.”
È in questo passaggio (dal chiedere solo di essere liberati al desiderare di essere trasformati) che la vera pace inizia a radicarsi.
E quando, col tempo, guardiamo indietro, vediamo che proprio quelle prove o difficoltà che ci sembravano inutili o ingiuste sono state i momenti in cui Dio ci ha resi più simili a Suo Figlio, più capaci di portare frutto per la Sua gloria e per il nostro bene eterno.
Testimonianza personale
Più volte nella mia vita ho dovuto imparare proprio da sofferenze che a me non piacevano affatto, da situazioni che avrei voluto cambiare subito.
Ho pregato intensamente per la liberazione, ma Dio, nella Sua sapienza, mi ha chiesto di accettarle per fede.
Quando ho resistito, quando ho continuato a combattere con le mie forze o a lamentarmi, quelle stesse prove mi portavano lontano dal Signore: la pace si allontanava, il flusso della Sua presenza si affievoliva, e il mio cammino diventava pesante e confuso.
Ma quando, finalmente, ho abbassato la testa e ho detto:
“Va bene, Signore, accetto questa cosa perché Tu la permetti, fai Tu”, allora la pace è tornata non perché la sofferenza fosse sparita, ma perché il mio cuore si era sottomesso.
In quel momento ho sperimentato di nuovo la comunione intima con Lui, quel ristoro spirituale che solo l’ubbidienza fiduciosa può dare.
E c’è di più: spesso, proprio quando ho rinunciato a lottare con le mie forze e ho imparato a ubbidire subito, il Signore ha rimosso quella difficoltà e mi ha dato una benedizione in quel senso una porta aperta, una liberazione improvvisa, una grazia inaspettata.
Altre volte, invece, la prova è rimasta, ma in entrambi i casi la Sua pace ha invaso di nuovo la mia vita, profonda e stabile, come un fiume che scorre dopo la tempesta.
Col tempo ho visto che proprio quelle difficoltà, grandi e piccole, mi stavano modellando, limando il mio carattere e rendendomi più simile a Cristo.
Che questa verità ci incoraggi oggi:
affidiamoci al Vignaiolo, accettiamo la Sua potatura con fiducia (sia nei giganti delle grandi prove stagionali, sia nelle piccole limature quotidiane) e lasciamo che la pace di Cristo regni nei nostri cuori. Amen.
Spero che questa meditazione possa portarvi edificazione e benedizione, che Dio vi benedica.
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