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Dio desidera guidarci senza dover tirare le briglie.

Dio desidera guidarci senza dover tirare le briglie.

Salmi 32:1-11

«Di Davide. Cantico» Beato colui la cui trasgressione è perdonata, il cui peccato è coperto!
Beato l’uomo a cui l’Eterno non imputa l’iniquità, e nel cui spirito non c’è inganno.
Mentre tacevo, le mie ossa si consumavano tra i gemiti che facevo tutto il giorno.
Poiché giorno e notte la tua mano pesava su di me, il mio vigore era diventato simile all’arsura d’estate. (Sela)
Davanti a te ho riconosciuto il mio peccato, non ho coperto la mia iniquità. Ho detto: «Confesserò le mie trasgressioni all’Eterno», e tu hai perdonato l’iniquità del mio peccato. (Sela)
Perciò ogni uomo pio t’invocherà nel tempo che puoi essere trovato, anche se le grandi acque dovessero straripare, esse non giungeranno fino a lui.
Tu sei il mio luogo di rifugio, tu mi preserverai dall’avversità, tu mi circonderai di canti di liberazione. (Sela)
ti ammaestrerò e ti insegnerò la via per la quale devi camminare; io ti consiglierò e avrò il mio occhio su di te.
Non siate come il cavallo e come il mulo che non hanno intelletto, e la cui bocca bisogna frenare con morso e con briglia, altrimenti non ti si avvicinano.
Molti sono i dolori dell’empio, ma chi confida nell’Eterno sarà circondato dalla sua benignità.
Rallegratevi nell’Eterno ed esultate, o giusti; mandate grida di gioia voi tutti, retti di cuore.

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© Faith Comes By Hearing

 

 


 

Quante volte abbiamo chiesto a Dio di guidarci, mentre nel nostro cuore avevamo già deciso quale strada prendere?

C’è un passaggio del Salmo 32 sul quale vorrei che riflettessimo insieme, perché credo che nell’esperienza raccontata da Davide ci siano degli insegnamenti nei quali prima o poi tutti possiamo riconoscerci, soprattutto quando ci troviamo a dover scegliere tra ciò che desideriamo profondamente e ciò che il Signore ci sta chiedendo.

Nei primi versetti di questo salmo Davide descrive una condizione di profonda sofferenza interiore, raccontando di come, dopo aver peccato contro il Signore, avesse continuato a tacere anziché riconoscere e confessare sinceramente la propria colpa.

Quel silenzio, però, non gli aveva restituito la serenità che forse cercava di conservare, ma aveva finito per aggravare ulteriormente la sua condizione, tanto da fargli dichiarare che le sue ossa si consumavano mentre la mano del Signore pesava su di lui giorno e notte.

Vorrei che ci soffermassimo proprio su questo particolare, perché Davide non era inconsapevole di ciò che stava accadendo nella sua vita.
Sapeva di aver peccato, avvertiva il peso della propria condizione e, nonostante quella sofferenza interiore, aveva continuato per un certo tempo a tacere, senza voler affrontare sinceramente davanti a Dio ciò che aveva fatto.
Non vi sembra che talvolta accada qualcosa di simile anche a noi?

Quando lo Spirito Santo dimora nella nostra vita, non possiamo pensare di camminare deliberatamente nella disubbidienza senza che questo abbia delle conseguenze sulla nostra comunione con il Signore.
Lo Spirito Santo ci convince di peccato, illumina la nostra comprensione attraverso la Parola e ci rende consapevoli di quelle cose che non sono conformi alla volontà di Dio, mostrandoci ciò che abbiamo bisogno di riconoscere, correggere o abbandonare.

E molto spesso, nel profondo del nostro cuore, sappiamo già quale sia il problema.
Sappiamo quando stiamo alimentando pensieri che non dovremmo coltivare, quando ci stiamo aggrappando a qualcosa che il Signore ci sta chiedendo di lasciare o quando continuiamo a percorrere una strada che, per quanto desiderabile possa apparirci, non corrisponde a quella che Dio ci ha mostrato attraverso la Sua Parola.
Il problema, dunque, non è sempre la mancanza di conoscenza della volontà di Dio, ma la nostra indisponibilità ad accettarla quando questa entra in contrasto con ciò che desideriamo.

A volte ci affezioniamo così profondamente ai nostri progetti, alle nostre convinzioni e persino ai nostri ragionamenti da cercare continuamente nuove giustificazioni pur di non dovervi rinunciare.
Continuiamo a pregare, chiediamo al Signore di mostrarci la strada, ma quando comprendiamo che quella strada potrebbe richiederci di lasciare qualcosa a cui teniamo particolarmente, cominciamo a resistere nella speranza che in qualche modo sia la volontà di Dio ad adattarsi alla nostra.
Ed è proprio in questa ostinatezza che rischiamo di perdere quella serenità che accompagna una coscienza sincera davanti al Signore, perché non possiamo pretendere di custodire una comunione spirituale sana mentre continuiamo volontariamente a opporci a ciò che Egli ci sta mostrando.
Naturalmente, questo non significa che ogni sofferenza interiore o ogni periodo difficile sia necessariamente la conseguenza di una nostra disubbidienza, perché la Scrittura ci insegna che esistono prove e afflizioni che non dipendono da un peccato personale.
Ma quando è lo Spirito Santo a renderci consapevoli di qualcosa che dobbiamo abbandonare, continuare a ignorare quella convinzione significa soltanto prolungare una condizione dalla quale il Signore desidera liberarci.

Ed è proprio questo uno degli aspetti che più mi commuovono dell’esperienza di Davide: nonostante il suo peccato e il suo silenzio, Dio non aveva smesso di occuparsi di lui.
Quella mano che pesava sulla sua vita non era necessariamente il segno di un Padre che lo aveva abbandonato, ma possiamo riconoscervi anche l’opera misericordiosa di un Dio che non voleva lasciarlo nella sua condizione.
Pensate a quanta compassione ci sia in tutto questo!
Il Signore avrebbe avuto ogni ragione di lasciare Davide alle conseguenze delle proprie decisioni, eppure continuava a operare nella sua vita affinché riconoscesse la propria colpa e tornasse a godere della comunione con Lui.
Il nostro Padre celeste non prova piacere nel vederci soffrire, ma proprio perché ci ama non può considerare con indifferenza ciò che rischia di allontanare il nostro cuore dalla Sua volontà.
La Sua misericordia non consiste nell’approvare ogni nostra decisione, bensì nel continuare a richiamarci alla verità anche quando preferiremmo non ascoltarla.
Davide infatti racconta che soltanto quando smise di nascondere il proprio peccato e decise finalmente di confessarlo al Signore sperimentò il perdono e la liberazione da quel peso che lo aveva accompagnato così a lungo.

Credo che questo passaggio abbia qualcosa di profondamente personale da insegnare a ciascuno di noi, perché talvolta la pace che desideriamo ritrovare passa proprio attraverso quella resa che abbiamo continuato a rimandare.
Mi riferisco a quel momento nel quale, dopo aver tanto insistito nei nostri ragionamenti, finalmente troviamo il coraggio e l’umiltà di presentarci davanti al Signore e dirgli sinceramente: «Signore, va bene, facciamo come dici Tu.
Ho sbagliato a insistere, ho sbagliato a coltivare quel pensiero e a voler percorrere quella strada a tutti i costi. Perdonami per non aver ascoltato la Tua voce e aiutami a tornare sui miei passi, perché desidero seguire la Tua volontà, anche quando è diversa dalla mia».

Quanto può essere liberatorio arrivare a una simile conclusione, soprattutto dopo aver trascorso tanto tempo a difendere qualcosa che, nel profondo del nostro cuore, sapevamo di dover abbandonare!
Non perché Dio cominci ad amarci soltanto quando finalmente decidiamo di ubbidirgli, ma perché è proprio attraverso il ravvedimento che smettiamo di opporci a Colui che non ha mai cessato di amarci.
Il Suo amore, infatti, non viene meno durante la nostra ostinatezza, mentre siamo noi che, insistendo nella disubbidienza, compromettiamo quella comunione che dovremmo custodire con tanta cura.
Quando però torniamo sinceramente a Lui, confessando ciò che abbiamo cercato di nascondere e rinunciando alla nostra volontà, possiamo sperimentare nuovamente la pace del Suo perdono, la gioia della comunione ritrovata e quella libertà interiore che nasce dal non avere più nulla da difendere davanti a Dio.

È proprio dopo aver raccontato questa esperienza che nel Salmo troviamo delle parole meravigliose:
«Io ti istruirò e ti insegnerò la via per la quale devi camminare; io ti consiglierò e avrò gli occhi su di te».
Subito dopo, però, leggiamo un’esortazione che dovrebbe farci riflettere profondamente:
«Non siate come il cavallo e come il mulo, che non hanno intelletto», e che hanno bisogno del morso e della briglia per essere guidati.

Avete notato quanto sia significativo il contrasto tra queste due immagini?
Da una parte troviamo la promessa di una guida attenta e personale, nella quale il Signore desidera istruirci, consigliarci e accompagnarci lungo la strada che dobbiamo percorrere; dall’altra, invece, compare l’immagine di un animale privo di discernimento, che ha bisogno di essere trattenuto e guidato attraverso strumenti esterni.
Credo che dovremmo accostarci a queste parole con molta umiltà, evitando di pensare immediatamente agli errori degli altri, perché, se esaminiamo sinceramente il nostro cuore, dobbiamo riconoscere che anche noi in determinate circostanze abbiamo manifestato la stessa ostinatezza.
Quante volte abbiamo desiderato essere guidati da Dio senza essere realmente disposti a rinunciare ai nostri progetti?
Quante volte gli abbiamo chiesto di benedire una strada che avevamo già scelto piuttosto che domandargli con sincerità quale fosse quella che Egli desiderava farci percorrere?
La Scrittura prende molto sul serio questo atteggiamento, tanto da paragonare la ribellione al peccato della divinazione e l’ostinatezza all’idolatria, mostrando quanto possa diventare pericoloso un cuore che arriva a preferire la propria volontà a quella del Signore.
Eppure, anche davanti a una realtà così seria, ciò che desidero mettere maggiormente in evidenza è la straordinaria compassione del nostro Padre celeste, perché il Signore, pur conoscendo quanto possiamo essere ostinati, continua nella Sua misericordia a richiamarci a Sé.

Talvolta permette che determinate circostanze mettano in discussione le nostre sicurezze, che i nostri progetti si interrompano o che ci ritroviamo a fare i conti con le conseguenze delle nostre decisioni.
Non significa che ogni porta chiusa o ogni difficoltà debba essere interpretata come una disciplina divina, ma dobbiamo riconoscere che Dio può servirsi anche delle circostanze più dolorose per correggere il nostro cammino e richiamare la nostra attenzione su ciò che abbiamo volutamente trascurato.
Ed è qui che l’immagine delle briglie assume un significato particolarmente importante per la nostra riflessione, perché ci ricorda quanto sarebbe meglio imparare a riconoscere la voce del Signore e seguirla con un cuore disponibile anziché arrivare al punto di dover essere corretti a causa della nostra ostinatezza.
Quanta sofferenza potremmo risparmiarci se imparassimo ad arrenderci alla Sua volontà prima di dover sperimentare le conseguenze delle nostre scelte sbagliate!
Tuttavia, anche quando il Signore permette che attraversiamo una stagione di disciplina, non dovremmo mai dimenticare che dietro la Sua correzione non c’è un Padre che prova soddisfazione nel vederci soffrire, ma un Padre che desidera il nostro bene e che ci ama troppo per rimanere indifferente davanti a ciò che può compromettere la nostra vita spirituale.
A volte interpretiamo la disciplina divina come qualcosa di terribile, quasi fosse la dimostrazione che Dio si sia allontanato da noi o che abbia smesso di guardarci con amore, mentre la Scrittura ci insegna proprio il contrario, ricordandoci che il Signore corregge coloro che ama e che la Sua disciplina ha lo scopo di farci partecipare alla Sua santità.

Mi vengono in mente a questo proposito le parole del profeta Osea, attraverso le quali il Signore descrive il modo in cui aveva attirato il Suo popolo con corde umane, con legami d’amore.
È un’immagine che rivela qualcosa di profondamente commovente del cuore di Dio, perché ci parla di un Padre che, pur conoscendo la durezza e l’incostanza del cuore umano, continua a manifestare il proprio amore e a richiamare a Sé coloro che si sono allontanati.
E se ritorniamo al Salmo 32, troviamo un ultimo particolare che rende ancora più preziosa questa riflessione.
Dopo aver parlato del cavallo e del mulo, Davide dichiara che chi confida nel Signore sarà circondato dalla Sua grazia, quasi a volerci ricordare che, nonostante il peso del peccato, la sofferenza della coscienza e la necessità della correzione, ciò che il Signore desidera farci sperimentare è la ricchezza della Sua misericordia.

Trovo meraviglioso che un salmo iniziato con il racconto di una coscienza oppressa dal peccato si concluda con un invito alla gioia e alla fiducia nel Signore, perché ci mostra che l’ultima parola non deve necessariamente appartenere ai nostri errori, alla nostra ostinatezza o alle conseguenze delle nostre decisioni, ma alla grazia di Dio che accoglie chi torna sinceramente a Lui.
Forse anche noi, proprio in questo momento, abbiamo bisogno di esaminare con maggiore sincerità ciò che custodiamo nel nostro cuore, domandandoci se ci sia qualcosa a cui ci siamo aggrappati così profondamente da non voler più ascoltare ciò che il Signore ci sta mostrando.
Forse abbiamo continuato a chiedergli di benedire una decisione che non abbiamo mai voluto sottoporre realmente alla Sua volontà, oppure siamo consapevoli di dover abbandonare determinati pensieri, atteggiamenti o progetti, ma continuiamo a rimandare, nonostante lo Spirito Santo ci abbia già mostrato attraverso la Parola ciò che sarebbe giusto fare.
Se ci riconosciamo in questa condizione, vorrei che ricordassimo soprattutto una cosa: non dobbiamo continuare a portare quel peso, né dobbiamo temere di presentarci sinceramente davanti al Signore per riconoscere ciò che Egli conosce già.

Davide non trovò sollievo continuando a difendere la propria condizione, ma quando finalmente smise di nascondere il suo peccato e si affidò alla misericordia di Dio.
Allo stesso modo, anche noi possiamo ritrovare la gioia di una comunione sincera con il Signore quando abbandoniamo le nostre resistenze e impariamo a dirgli con tutto il cuore che desideriamo la Sua volontà più di qualsiasi altra cosa.
Non aspettiamo dunque che la nostra ostinatezza ci conduca a conseguenze dolorose prima di riconoscere ciò che Dio ci sta già mostrando, perché è molto meglio lasciarci guidare amorevolmente dalla Sua voce che dover essere corretti a causa della durezza del nostro cuore.

E se oggi ci troviamo proprio in una stagione nella quale il Signore ci sta correggendo, non lasciamoci sopraffare dallo scoraggiamento, ma accogliamo con umiltà ciò che Egli desidera insegnarci, ricordando che la Sua misericordia è più grande delle nostre resistenze e che il Suo desiderio non è allontanarci da Lui, ma ricondurci sulla via della vita.
Che il Signore ci conceda un cuore sensibile alla voce dello Spirito Santo, pronto a riconoscere i propri errori e disposto a rinunciare anche ai desideri più profondi quando questi non sono conformi alla Sua volontà.
E che possiamo imparare ad amare ciò che Egli desidera per noi più di quanto amiamo i nostri stessi progetti, sapendo che nessuno conosce il nostro cuore meglio di Lui e nessuno potrà mai guidare la nostra vita con più amore, saggezza e fedeltà del nostro Padre celeste.

Dio vi benedica.

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