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«Se tuo fratello ha peccato contro di te, va’ e convincilo fra te e lui solo. Se ti ascolta, avrai guadagnato tuo fratello; ma, se non ti ascolta, prendi con te ancora una o due persone, affinché ogni parola sia confermata per bocca di due o tre testimoni . Se rifiuta d’ascoltarli, dillo alla chiesa; e, se rifiuta d’ascoltare anche la chiesa, sia per te come il pagano e il *pubblicano. Io vi dico in verità che tutte le cose che legherete sulla terra, saranno legate nel cielo; e tutte le cose che scioglierete sulla terra, saranno sciolte nel cielo. E in verità vi dico anche: se due di voi sulla terra si accordano a domandare una cosa qualsiasi, quella sarà loro concessa dal Padre mio che è nei cieli. Poiché dove due o tre sono riuniti nel mio nome, lí sono io in mezzo a loro». Allora *Pietro si avvicinò e gli disse: «Signore, quante volte perdonerò mio fratello se pecca contro di me? Fino a sette volte?» E Gesú a lui: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Perciò il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. Avendo cominciato a fare i conti, gli fu presentato uno che era debitore di diecimila *talenti. E poiché quello non aveva i mezzi per pagare, il suo signore comandò che fosse venduto lui con la moglie e i figli e tutto quanto aveva, e che il debito fosse pagato. Perciò il servo, gettatosi a terra, gli si prostrò davanti, dicendo: “Abbi pazienza con me e ti pagherò tutto”. Il signore di quel servo, mosso a compassione, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Ma quel servo, uscito, trovò uno dei suoi conservi che gli doveva cento *denari; e, afferratolo, lo strangolava, dicendo: “Paga quello che devi!” Perciò il conservo, gettatosi a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me, e ti pagherò”. Ma l’altro non volle; anzi andò e lo fece imprigionare, finché avesse pagato il debito. I suoi conservi, veduto il fatto, ne furono molto rattristati e andarono a riferire al loro signore tutto l’accaduto. Allora il suo signore lo chiamò a sé e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito, perché tu me ne supplicasti; non dovevi anche tu aver pietà del tuo conservo, come io ho avuto pietà di te?” E il suo signore, adirato, lo diede in mano degli aguzzini fino a quando non avesse pagato tutto quello che gli doveva. Cosí vi farà anche il Padre mio celeste, se ognuno di voi non perdona di cuore al proprio fratello».

Davide ci mostra la via dell’umiltà reale.
Dopo l’adulterio con Betsabea e l’omicidio di Uria, avrebbe potuto giustificarsi, nascondersi, minimizzare.
Invece, quando Natan lo affronta, esclama subito:
«Ho peccato contro il Signore» (2 Samuele 12:13).
Il Salmo 51 è la sua confessione straziante: «Abbi pietà di me, o Dio, secondo la tua benignità… Contro te solo ho peccato… Crea in me un cuore puro».
Davide si umilia completamente, senza scuse, riconoscendo il peccato prima di tutto contro Dio.
Il Signore lo perdona, lo restaura e continua a usarlo grandemente.
La Scrittura lo ripete: l’umiltà precede la gloria.
«Il timore del Signore è scuola di sapienza, e l’umiltà precede la gloria» (Proverbi 15:33).
Giacomo 4:10 lo conferma: «Umiliatevi davanti al Signore, ed egli vi innalzerà».
Gesù stesso è l’esempio supremo: si umiliò fino alla morte di croce, e per questo Dio lo ha sovranamente innalzato (Filippesi 2:8-9).
Essere umile non significa essere debole; è la via maestra verso la vera grandezza che Dio dona.
Per rendere concreto tutto questo, permettimi di condividere un’esperienza personale che ho vissuto nel passato e da cui ho imparato profondamente, senza cercare di camuffare o nascondere il fatto che errori del genere non si devono commettere, ma anzi, ammettendoli per crescere.
Mi è capitato di sbagliare con un non credente al lavoro: pensavo di avere ragione, e perché ero stato ferito nel passato, avevo paura di essere ferito di nuovo.
Mi sono accorto di aver sbagliato, ma non mi sono creato scrupoli nell’umiliarmi, perché sapevo bene che Dio lo richiedeva al mio cuore.
Si sbagliano anche i servi di Dio – chi dice il contrario, cercando di essere un superuomo, è un orgoglioso e non ha capito bene l’umiltà e la semplicità che chiede il Signore nell’essere come piccoli fanciulli.
Dopo questa umiliazione, chiedendo perdono, la presenza di Dio è piombata di nuovo sulla mia vita: avevo messo un blocco tra me e Dio, e andava rimosso proprio nell’umiliarmi.
In un altro episodio, sempre al lavoro, loro mi hanno ferito dicendo cose veramente brutte e tradendo la mia fiducia.
Perdonare chi ci ha ferito blocca la comunione con Dio se non lo facciamo: trattiene la pace e la gloria del Signore, proprio come nella parabola, dove il servo trattiene la grazia e perde tutto.
Ma là, dopo aver perdonato di cuore, è scesa la pace e la gloria di Dio su di me, perché era stata trattenuta dalla mancanza di perdono.
Queste esperienze, imparate dal passato, mi insegnano che non dobbiamo camuffare i nostri errori o i torti subiti: ammetterli e agire con umiltà rimuove i blocchi, ristabilisce la presenza di Dio e ci rende liberi.
Il perdono, l’umiltà, la riconciliazione sono i segni di una vita trasformata dalla grazia.
Che il Signore ci aiuti a comprendere sempre di più quanto siamo stati perdonati, affinché possiamo perdonare di cuore, estirpare ogni radice di amarezza prima che contamini chi ci sta attorno, umiliarci quando necessario e camminare liberi nella Sua presenza, in pace e in unità.
Spero che questa meditazione possa portarvi edificazione e benedizione, che Dio vi benedica.
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Scritto da: Abramo Spina
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